testo integrale con note e bibliografia

1. Il lavoro come rinascita
La prima enciclica di papa Leone XIV, Magnifica humanitas (MH), ribadisce che il lavoro non è un tema marginale per il magistero sociale. Per rendersene conto basta partire dalle due icone bibliche che attraversano il documento e che lo interpretano: entrambe parlano di lavoro. La «sindrome di Babele» (Gen 11,1-9) rappresenta la decisione di costruire una torre che voglia toccare il cielo. L’espressione indica la volontà di potenza. L’impresa è un disegno imponente: «un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione» (MH 7). Il problema è che si tratta di un’uniformità che annulla la diversità. È un lavoro che non genera comunità, ma dispersione. Babele rivela il limite di ogni costruzione che pretende di essere autosufficiente e che sacrifica la libertà umana. C’è un lavoro che divide, lacera le comunità, confonde. All’opposto, «la via di Neemia» (Ne 1-2) è il lavoro come strumento di rinascita. Al termine della drammatica esperienza dell’esilio Neemia ottiene il permesso del re persiano Artaserse per ricostruire i luoghi distrutti di Gerusalemme. «Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni» (MH 8). La città rinasce grazie alla responsabilità condivisa di molti. Ritrova una lingua comune che non è quella uniforme di Babele, ma frutto della comunione di molti che si mettono insieme per un progetto condiviso. Neemia non è l’uomo solo al comando, ma un tessitore di legami, un motivatore che trova nel popolo una risposta generosa. Per dirla con un linguaggio dei nostri giorni, solidarietà e sussidiarietà si abbracciano: ogni persona può fiorire e realizzare qualcosa di bello per tutti. Ecco il valore del bene comune, risultato dall’attività di molti che si sporcano le mani nel cantiere della storia. La differenza sta nella capacità di unire le forze per costruire nel bene. La vera benedizione per il lavoro umano è «essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare» (MH 16).
Il lavoro come esperienza di rinascita fa pensare. Ancora una volta, la fede cristiana alimenta una visione positiva del lavoro. Oltrepassa il senso del dovere, la sua penosità per rimarcarne la bontà. Anche Leone XIV, come papa Francesco in Laudato si’ (LS), cita l’intuizione di san Benedetto da Norcia di legare con un filo indissolubile lavoro e preghiera (MH 148): nel quotidiano si risponde alla chiamata di Dio. Il lavoro non è una condanna, ma un bene relazionale che sintonizza l’uomo con il Creatore. Si lavora perché è un’esigenza della condizione umana, per realizzarsi personalmente, per costruire un mondo migliore. La bontà radicale dell’attività lavorativa è così espressa:
«Creati a immagine del Creatore, mediante le nostre opere prolunghiamo in qualche modo la sua: contribuiamo al progresso della società e alla costruzione del bene comune, mettiamo a frutto le capacità ricevute, miglioriamo e abbelliamo il mondo, sosteniamo le nostre famiglie, entriamo in relazioni di cooperazione e impariamo a costruire insieme, nell’ascolto e nel dialogo, qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo» (MH 148).
In filigrana si legge l’approdo di papa Francesco in Fratelli tutti (FT) 162 . L’ultimo passaggio evidenzia come l’esercizio di una professione insegna a costruire insieme agli altri un bene che è frutto del contributo di molti. Nessuno può da solo migliorare il mondo. Ciò pone il lavoro in una cornice di valore fondamentale: «non è un semplice strumento, ma esprime e accresce la dignità della nostra vita» (MH 149). Ciò basta a evidenziare che la prima tragedia di ogni lavoro è la sua insicurezza. La morte o l’infortunio sul lavoro è perdita di un apporto decisivo per il bene comune. Così vale anche per tutte le forme di degrado e di sfruttamento lavorativo: esse intaccano la dignità umana e sviliscono l’impianto di solidarietà che sostiene il legame sociale. Non a caso, nella ricostruzione storica del magistero sociale, MH indica da Rerum novarum (RN) in poi il primato del lavoro come chiave di tutta la questione sociale. Ancora più interessante è che quando sintetizza il messaggio di Laborem exercens (LE) di san Giovanni Paolo II, Leone sostiene che il lavoro non è solo un problema da gestire o un mezzo per avere un reddito, ma un bene fondamentale per la persona: «In esso l’essere umano mette in gioco la propria libertà, la propria creatività e la capacità di cooperare, contribuendo all’elevazione culturale e morale della società» (MH 37). La dimensione antropologica evidenzia la necessità che il lavoratore sia trattato come persona e non come costo di produzione. Sono riflessioni che consentono di capire quanto sia erroneo valutare il lavoro solo in termini di efficienza, perché va invece compreso a partire dalla dignità del lavoratore e dai suoi diritti (salute, famiglia, professionalità, formazione...). Il tema esce prepotente quando si parla dei diritti delle donne, soprattutto per quanto riguarda l’accesso al lavoro, l’adeguata retribuzione, le responsabilità sociali. Per dirla in parole dirette:
«Sono le persone concrete che contano, ciascuna di loro e le loro famiglie. I movimenti sociali, le grandi proclamazioni politiche a favore del popolo e le ideologie comunitarie non servono a nulla se non finiscono per orientarsi alla promozione delle persone – uomini e donne – con i loro diritti inalienabili. Allo stesso modo, non basta esaltare la libertà individuale o l’iniziativa privata, se poi si accetta che una moltitudine di persone continui a vivere senza un lavoro dignitoso, senza tutele, senza accesso ai beni fondamentali» (MH 58).
A cascata, la qualità del lavoro fa sentire il suo influsso sul riconoscimento della dignità della persona, sulla solidarietà tra i popoli, sul valore dell’economia e sulla democrazia. Intorno al buon lavoro fioriscono vocazioni e rinasce una società. La cura per il futuro di una società passa proprio dal lavoro.

2. La tecnologia digitale impatta sul lavoro
La trasformazione delle strutture che presiedono all’attività lavorativa sta avvenendo nell’intreccio tra l’IA, la robotica e l’automazione. Leone vede all’orizzonte buone notizie, soprattutto se i lavoratori possono migliorare la loro condizione professionale attraverso forme di alleggerimento, di riduzione del carico e dello stress, di superamento della ripetitività. I problemi nascono quando le macchine dettano i tempi accelerati del lavoro, anziché rallentarli o comunque umanizzarli. Per questo, non si può essere ingenui: l’IA cambia il modo di vivere la professione. Inoltre, il potere delle piattaforme digitali è detenuto dalle cinque aziende di maggior valore a livello globale: alcuni multimiliardari schiacciano il futuro professionale di molti lavoratori. Alcuni studi prevedono che dal 20% al 40% delle mansioni possa essere automatizzata nei prossimi anni . I lavoratori possono finire sottoposti alla sorveglianza automatizzata, dequalificati e relegati a funzioni ripetitive. Ciò che si vuole superare rischia di ripresentarsi in versione «schiavitù»: la ripetitività che si è fatta uscire dalla porta rientra dalla finestra. La corsa al ritmo della tecnologia può soffocare le capacità creative. «Proprio per evitare questa deriva, occorre progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione» (MH 150). Come notava qualche anno fa Hartmut Rosa, «gli individui non percepiscono più la potenza dell’accelerazione come una forza liberatrice, bensì come una pressione che li rende schiavi» . La persistente accelerazione non assicura più alla persona le condizioni che le consentirebbero di realizzare una società fondata sui sogni e sulla giustizia sociale, ma si assiste a un rovesciamento secondo cui i desideri e i progetti di vita delle persone servono per aumentare la macchina dell’accelerazione. La società della prestazione alimenta la logica competitiva e la porta all’interno degli ambienti di lavoro e delle relazioni comunitarie distruggendo dal di dentro la necessaria collaborazione. In tal modo, una nuova Babele si mostra vincente rispetto alla «via di Neemia».
I segni delle trasformazioni in corso si manifestano a diversi livelli. MH ricorda i pericoli dell’incremento di disoccupazione, di perdita di posti di lavoro, di considerare la persona come strumento e non fine, della crescita di disuguaglianze tra società ricche e regioni povere che diventano «serbatoi di manodopera precaria e focolai di instabilità e di migrazioni forzate» (MH 153). Il paradosso di un miglioramento e progresso materiale, a fronte di una regressione antropologica, non è poi così astratto. Per Prevost una questione prioritaria è legata all’impegno di garantire l’accesso al lavoro per tutti. Non è accettabile un modello di sviluppo che genera scarti umani. Che società sarebbe quella che garantirebbe il lavoro a una parte minoritaria esponendo molti a forme di inattività forzata, di deresponsabilizzazione, di impoverimento professionale, spirituale, umano e sociale? Tutti coloro che hanno responsabilità in campo politico e sindacale non possono rinunciare a offrire tutele adeguate e condivise, stilare regole chiare in favore delle lavoratrici e dei lavoratori. La terapia che MH propone è articolata:
«In questa transizione non basta reagire quando i posti scompaiono, ma occorre governare in anticipo la trasformazione. Una via praticabile consiste anzitutto nel fissare criteri sociali per l’innovazione: ogni introduzione di automazione e di IA dovrebbe essere accompagnata da scelte verificabili di tutela dell’occupazione, di riqualificazione e di partecipazione dei lavoratori, perché la tecnologia sia orientata a liberare tempo e capacità umane, non a produrre esclusione. In secondo luogo, è necessario che politiche attive rendano accessibili a tutti formazione continua e passaggi professionali, senza scaricare sui singoli l’intero costo dell’adattamento alle trasformazioni. Infine, serve una responsabilità d’impresa che includa la qualità e la dignità del lavoro tra gli indicatori di successo» (MH 156).
Evitare esclusioni, la formazione continua e la responsabilità d’impresa sono ricette di riconoscimento della dignità della persona. Realizzano i tre «più» di cui il lavoro ha sempre bisogno: «più sicuro, più creativo e più dignitoso» (MH 156). La sicurezza va letta in senso ampio: non si tratta solo di evitare incidenti sul lavoro, infortuni o morti, ma di garantire una giustizia sociale che riguarda tutte le fasi dell’attività economica. La creatività è determinante perché ciascuno possa esprimersi con tutti suoi talenti. Occorre dare respiro alle visioni e ai sogni di società solidale che albergano nel cuore delle persone. La dignità del lavoro si manifesta nella sua capacità di promuovere l’umanità in tutte le sue dimensioni. L’assenza di sicurezza, creatività e dignità porta al vortice dell’accelerazione ingiusta. Tale richiesta ha ricadute importanti sul mercato del lavoro e, prima ancora, sulla visione dell’impresa. L’iniziativa imprenditoriale è vocazione al miglioramento della vita di tutti solo se considera la creazione di lavoro dignitoso come parte integrante del proprio servizio sociale «e non come variabile dipendente dal solo profitto» (MH 157). Leone XIV chiede scelte che prevedano sin dall’inizio una crescita inclusiva, sia per non tradire la giustizia sociale, sia per evitare che siano sempre i più poveri a pagare le conseguenze di modelli economici che esaltano solo l’efficienza. L’inclusione in tutte le fasi dell’economia, quella produttiva e quella distributiva, richiede che la domanda etica sia presente dall’inizio dei processi. Viene criticata la separazione alimentata da un capitalismo che prevede solo in un secondo momento la filantropia benevola. Nel solco della Caritas in veritate di Benedetto XVI, «la giustizia riguarda tutte le fasi dell’attività economica, dal reperimento delle risorse al finanziamento, dalla produzione al consumo, e ogni scelta ha conseguenze morali» (MH 162). Un ulteriore passaggio determinante è la richiesta di oltrepassare la trappola del Prodotto Interno Lordo (PIL) come unico indicatore del buon andamento dell’economia. Il PIL trascura elementi essenziali per il benessere delle persone e dell’ambiente. La decisione di assumere nuovi parametri, che tengano conto della dignità del lavoro, della qualità relazionale nella società, della riduzione delle disuguaglianze e della cura verso il creato, consentirebbe una valutazione più giusta. Anche la finanza quando è slegata da riferimenti etici produce non solo palesi ingiustizie, ma favorisce crisi sistemiche. La rendita da capitale rischia di sostituire il reddito da lavoro e non è una buona notizia se si pensa alla funzione sociale degli investimenti e del credito. «La finanza per la finanza è cosa ben diversa dalla finanza per lo sviluppo e per la creazione e l’evoluzione del lavoro» (MH 160).
La preoccupazione del magistero sosta sul livello della giustizia sociale. Disuguaglianze e mancanza di trasparenza sono due questioni decisive. I progressi tecnologici hanno accentuato le distanze tra le élite che hanno troppo e i molti che non hanno nulla:
«se non si governano le trasformazioni ponendo come obiettivo prioritario, già in fase progettuale, la prevenzione di ulteriori e nuove disparità, il progresso tecnologico produce automaticamente disuguaglianze strutturali. La giustizia oggi passa anche attraverso l’accesso ai benefici dell’innovazione: cure, conoscenza, strumenti, opportunità» (MH 161).
L’orientamento dell’economia alla dignità significa assumere i criteri stabili della trasparenza e della responsabilità, tanto più se gli algoritmi e i dati influiscono sull’erogazione del credito, sulla selezione del personale, sull’accesso ai servizi. Ciò richiede che la persona non sia ridotta a entità profilata. La tecnologia non può allargare la forbice del divario esistente tra chi ha e chi non ha. Tra le categorie più esposte alla precarietà lavorativa l’enciclica annovera i giovani. Il lavoro non è per loro solo una fonte di reddito, ma un ambito di costruzione dell’identità personale: consente di intessere relazioni, di vivere amicizie, di assumersi responsabilità e di operare un discernimento vocazionale. Se le opportunità lavorative sono scarse e inadeguate, i giovani si vedono bloccato il loro percorso di crescita. L’esigenza di cambiare occupazione più volte nel corso della carriera professionale li rende più fragili e vulnerabili, con l’obbligo di una riqualificazione continua. «Vanno sostenuti i legami sociali: reti e comunità educative che accompagnino le scelte di vita e impediscano che l’incertezza produca solitudine e dipendenze» (MH 169). Lo sviluppo tecnologico e l’IA possono essere attraversati senza spezzare la capacità di costruire futuro, che rende generativa una società. Non si deve mai dimenticare, infatti, l’impatto della salute del lavoro sulla famiglia, tanto da minare le basi della convivenza. Il rischio è che l’accelerata evoluzione tecnologica eroda come virus silenzioso la stessa struttura sociale.
Da ultimo, Leone XIV denuncia le nuove schiavitù, spesso taciute, che l’economia digitale favorisce. Si tratta di un mondo dimenticato e che chiede di essere portato alla luce, se si vuole rimanere fedeli alla verità e al valore della dignità umana. Le parole sono circostanziate e precise circa i diritti negati:
«Nulla, nel mondo dell’IA, è immateriale o magico. Ogni risposta che appare immediata e perfetta proviene da una lunga catena di mediazioni, da una rete estesa di risorse naturali, di infrastrutture energetiche e, soprattutto, di persone. Una parte significativa del funzionamento dell’economia digitale si regge sul lavoro silenzioso di milioni di esseri umani, impiegati in attività poco visibili ma essenziali: etichettatura dei dati, moderazione dei contenuti – spesso pessimi –, addestramento dei modelli. In molti casi si tratta di giovani, per lo più donne, che lavorano duramente per compensi minimi. A questa fatica invisibile si aggiunge quella, ancora più brutale, dell’estrazione delle risorse necessarie alla produzione dei dispositivi e dei microprocessori su cui poggia l’IA. In alcune regioni del mondo, adolescenti e bambini lavorano in condizioni pericolose nella frantumazione dei materiali da cui si ricavano le terre rare. Corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso del calcolo non si interrompa. Inoltre, reti criminali si servono di piattaforme di rete, sistemi di messaggistica, pagamenti anonimi e tecniche di profilazione per reclutare, controllare e spostare vittime di tratta, molte volte minori, trasformando uomini e donne in “dati” da tracciare e “pacchi” da trasferire entro gli stessi circuiti digitali che sostengono gran parte dell’economia globale. Questa realtà interpella profondamente la coscienza morale del nostro tempo. Non basta invocare l’efficienza, né celebrare i benefici dell’innovazione, se essi sono costruiti su una catena di sfruttamento che resta deliberatamente invisibile. Se una tecnologia promette emancipazione ma produce nuove forme di subordinazione globale contraddice il principio fondamentale della dignità della persona» (MH 173).
Il flusso del calcolo computazionale impatta sui corpi e questo non può lasciare indifferenti. Se non si ha il coraggio della verità circa il lavoro sfruttato, si rimane nell’opacità di reiterate ingiustizie. La prima forma di giustizia è chiamare le situazioni per nome, riconoscerne la gravità e togliere il proprio consenso. Le strutture di peccato, infatti, si sostengono su logiche condivise. Nessuno può chiamarsi fuori e deve chiedersi in quale livello di coinvolgimento si trova nel mantenere le ingiustizie oppure come diventare protagonista del cambiamento verso relazioni più giuste. Le tecnologie odierne richiedono grandi quantità di terre rare, che spesso sono estratte in condizioni disumane dal punto di vista lavorativo e provocano inquinamento di falde acquifere e di territori . La cura del lavoro abbraccia anche la cura del creato, come suggerisce il paradigma dell’ecologia integrale ereditato dalla LS. Più sicuro, più creativo e più dignitoso: ecco i magnifici tre aggettivi suggeriti dalla MH. In un’unica espressione: più giustizia sociale per tutti.

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