TESTO INTEGRALE CON NOTE E BIBLIOGRAFIA
Il magistero pontificio in materia sociale pone al diritto del lavoro alcuni punti fermi che ne costituiscono essenziali condizioni di validazione etica e giuridica.
Essi ruotano attorno all’assunto , di ascendenza biblica, che il lavoro e una forma di attività umana attraverso cui ciascuno svolge il compito di amministrare con diligenza e rettitudine i beni materiali che gli sono stati donati, realizzando nel contempo la specifica vocazione impressa dal Creatore alla sua esistenza (Laborem exercens’: “il lavoro per l’uomo e non l’uomo per il lavoro”).
Di qui la fallacia delle concezioni laiciste del lavoro accomunate dal rifiuto della trascendenza e quindi costrette ad assegnare ad esso fini esclusivamente terreni come il riscatto sociale, il socialismo reale o utopistico, la massimizzazione del godimento dei beni materiali (liberismo agnostico). La prospettiva cristiana offre una visione del lavoro nella quale i diritti inviolabili della persona si integrano con l’iniziativa economica e la proprietà privata. Si tratta di una relazione biunivoca di reciproca interdipendenza, tale per cui non c’ è giusto profitto senza il rispetto dei giusti diritti (compresa la giusta retribuzione dei lavoratori). Non c’è diritto dei lavoratori, ivi incluso il diritto al lavoro, senza proprietà privata e libera impresa. In questa cornice trovano collocazione principi operativi basilari della DSC, quali la destinazione universale dei beni creati, la legittimità e la funzione sociale dell’impresa privata e della proprietà privata; il rispetto dei diritti dei lavoratori in quanto tale e in quanto cristiani. Rileva a tal proposito - ma spesso lo si dimentica - il principio di sussidiarietà, che dettando i giusti confini tra pubblico e privato, nonché tra centro e periferia, disegna l’actio finium regundorum tra Stato e soggettività sociali.
Ma c’è del nuovo: nel mondo e nell’enciclica di Leone XIV.
Nel mondo, già negli agli anni ‘50 del secolo scorso il filosofo tedesco Gunther Anders, nel saggio “L’uomo è antiquato”, coniò le due categorie del “dislivello prometeico” e della “vergogna” che ne deriva. Il concetto è suggestivo e per certi aspetti anticipa l’intelligenza artificiale: la quale può definirsi come l’applicazione di potenze di calcolo incommensurabili a quelle umane, al fine di adottare decisioni sulla base di elaborazioni statistiche che possono penetrare ogni risvolto della realtà, e di cui non è dato conoscere fino in fondo le modalità di produzione del risultato.
L’enciclica si occupa di due questioni fondamentali: quella antropologica e quella politico-sociale: due questioni che sembrano legare in misura diversa le encicliche alla res novae dei tempi nuovi.
Non a caso, più volte si osserva come la Dottrina Sociale della Chiesa metta in luce che la Chiesa è nella storia, e chi si definisce cristiano non può trovare rifugio nella spiritualità, in quanto quest’ultima è incarnata.
Papa Leone ci ricorda così che il Cristianesimo non è a questione di cuore o di astratta bontà, ma di innegabilità della nostra dignità ontologica, fondata semplicemente sul nostro esserci.
Così il Papa rivendica la pretesa di poter dire la verità sull’uomo; ma nella consapevolezza che “Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa»; frase, quest’ultima, che va peraltro intesa distinguendo la decadenza che colpisce l’umano, da quella che colpisce l’uomo.
Di qui in avani l’enciclica è un efficace mix di DSC e di IA, con l’obiettivo di sottoporre la seconda al vaglio della prima.
Il vaglio analitico ci dice che “L’uso dell’IA non è mai un fatto puramente tecnico”, ma “tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà. Decisioni delicate che toccano il lavoro, il credito, l’accesso ai servizi e la reputazione delle persone rischiano di essere affidate completamente a sistemi automatizzati che non conoscono «la compassione, la misericordia, il perdono e, soprattutto, l’apertura alla speranza di un cambiamento della persona». può anche esserci un’insidia meno palese, quando i sistemi di IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati.
Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane. Ciò che viene meno, in questo processo, non è solo l’empatia verso l’escluso, che può essere imitata artificialmente, ma la responsabilità politica, perché lo scarto dei deboli viene ammantato di neutralità e oggettività, e qindi di irresponsabilità. Eppure, perché l’IA rispetti la dignità umana e serva davvero il bene comune, è essenziale che siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi.
Va pure detto che un simile argomentare rischia di travolgere in un giudizio generalizzato di arbitrarietà o discriminazione qualunque decisione cha sia stata adottata con la partecipazione al processo decisionale dell’intelligeenza artificiale; mentre il proprium critico del sistema automatizzato di IA sta nel non poter applicare eccezioni che non siano codificate, e non nella minore affidabilità di tale sistema rispetto a un persona che lavora.
È qui che diventa decisivo ciò che chiamiamo, e che la legge chiama, accountability: la possibilità di identificare chi deve “rendere conto” delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano”.Problema che però, di norma, assume natura legale e non morale.
C’è poi un problema che trascende la dimensione individuale ed etica, e riguarda quella che abbiamo precedentemente chiamato la dimensione collettiva, e che si potrebbe forse meglio chiamare geopolitica. Si tratta di un genere di critiche che muovono dalla osservazione che la IA è “alla portata solo di una piccolissima minoranza”, che è così in grado di imporre in modo tcito o subliminale la propria visione morale. La soluzione proposta dalla DSC è l’adozione concordata di un codice etico. che .possa essere messo in discussione in modo condiviso.
Nonostante siano considerate sociali anche le encicliche di papa Francesco. quelle di Benedetto XVI e e quelle di Giovanni Paolo II, non bisogna dimenticare che fin dalla nascita della Dottrina sociale la Chiesa ha richiamato l’attenzione sulla tutela dei lavoratori e sulla necessità di contrastare ogni forma di sfruttamento. Il Magistero ha anzi riconosciuto nel lavoro «la chiave essenziale» per comprendere l’intera questione sociale, perché attraverso di esso la persona sviluppa le plurime dimensioni della propria esistenza.
Un altro ordine di problemi legati all’utilizzo dell’IA sta nella rapida trasformazione della struttura stessa del lavoro. Qui le opinioni si divaricano, tra chi prevede miglioramenti win win, come ad esempio nella tutela della salute e sicurezza; e chi profetizza incrementi di produttività a vantaggio dei datori di lavoro ma sovraccarichi di lavoro per i dipendenti: e non solo lavoro fisico, ma anche stress e psicosi lavoro correlate.
La vena pessimistica dell’enciclica traspare anche a proposito delle disoccupazione. Oggi, nella “quarta rivoluzione industriale”, questa preoccupazione si fa più acuta, poiché l’innovazione viene spesso accolta solo in funzione della riduzione dei costi e dell’aumento dei profitti”. In alcuni contesti è realistico temere una contrazione significativa e rapida dei posti disponibili, con un effetto a catena che colpisce in profondità famiglie, giovani ed economie locali.
È auspicabile che la tecnologia sollevi l’uomo da lavori particolarmente gravosi, ripetitivi o pericolosi ma “la regola generale deve restare la tutela dei posti di lavoro e del ruolo insostituibile della persona”, senza che l’obiettivo di maggiori profitti possa giustificare scelte che sacrificano sistematicamente l’occupazione, perché la persona umana è fine e non mezzo.
Alla luce di questa convinzione va riletta anche la storia della Dottrina sociale della Chiesa: le iniziative, specie associativa, nate in quel solco hanno contribuito non poco a migliorare la legislazione sul lavoro, a proteggere i più deboli, a promuovere condizioni più umane. Oggi, però, afferma Leone XIV, tali strumenti non bastano più da soli di fronte alle trasformazioni portate dall’IA. Alla transizione digitale e post-digitale si deve accompagnare un’iniziariva proattive e preventiva: non basta reagire quando i posti scompaiono, ma occorre governare in anticipo la trasformazione. In modo da guidarla in direzione della dignità dei lavoratori lr.
Non va dimenticato il punto di partenza: i cardini etico-teologici del magistero sociale cattolico possono essere identificati nei principi della dignità della persona e della destinazione universale dei beni.
La dignità della persona non è il concetto vago e buono per tutte le necessità dialettiche, di cui si fa talvolta abuso nel dibattito politico e sindacale. Implica, molto precisamente, che “l’ordine delle cose deve essere adeguato all’ordine delle persone e non viceversa”, e che bisogna “considerare il prossimo come un altro sé stesso, tenendo conto prima di tutto della sua vita e dei mezzi necessari per viverla degnamente”.
La dignità del lavoro - affaermava Giovanni Paolo II - , implica, nel concreto svolgimento dei processi produttivi, la prevalenza della “dimensione soggettiva del lavoro” (l’uomo che lavora) rispetto a quella “oggettiva” (il ruolo svolto dal lavoro umano nelle specifiche contingenze storico-sociali): “il lavoro umano ha un suo valore etico, il quale rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona”. Laddove “persona”, nell’eccezione propria della dottrina cattolica, non è semplicemente un essere sensibile, intelligente e cosciente, ma è l’ “essere unico e irripetibile” che sta dietro tali capacità, sicché “non sono l’intelligenza, la coscienza e la libertà a definire la persona, ma è la persona che sta alla base degli atti di intelligenza, di coscienza e di libertà”. Ciò non significa che la Dsc accrediti l’idea che i diritti dei lavoratori – in primis, quelli a contenuto economico – costituiscano una sorta di variabile indipendente rispetto al resto della società.
La “giustizia sociale” cattolica, infatti, non è una forma di giustizia “alternativa” a quella commutativa-individuale, ma è la declinazione sul piano delle strutture sociali dell’unica nozione di giustizia, che si fonda sulla “volontà di riconoscere l’altro come persona”, consiste nel “dare a ciascuno ciò che gli è dovuto” e implica la finalizzazione del sistema sociale al “bene comune”, sì da permettere “alle collettività e ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente”. Si spiega così, per fare due esempi significativi, come, senza contraddizione, da un lato la giustizia sociale esiga che “per quanto possibile, il salario venga temperato in maniera che a quanti più è possibile sia dato di prestare l’opera loro”. Dall’altro, che il diritto al riposo festivo debba essere riconosciuto senza concessioni al produttivismo, giacché il lavoro non assorbe l’intera esistenza, e lasciare uno spazio franco per la dimensione spirituale è precetto la cui saggezza oggi non sfugge nemmeno alla cultura laica.
Il principio del bene comune rimanda, poi, all’altro fondamentale principio della “destinazione universale dei beni“, per il quale il lavoro è una forma di attività umana attraverso cui ciascuno svolge il compito di amministrare con diligenza e rettitudine i beni materiali che gli sono stati donati, per essere partecipati a tutti, secondo la regola della giustizia che è inseparabile dalla carità”. Si tratta di un principio che ricomprende ogni forma di lavoro (quello dell’imprenditore come quello dei suoi collaboratori; quello “di mercato” con quello “fuori mercato”) sotto il segno della diligenza e del bene comune; e che integra la “libertà d’impresa” con la “carità sociale”. Ma anche la carità è un valore che va interpretato in chiave teologica e non pauperistico-pietistica. Poiché è un riflesso della pari dignità delle persone e della destinazione universale dei beni, trascende la stessa giustizia: “non si possono regolare i rapporti umani unicamente con la misura della giustizia”. La carità è indispensabile per dare alla giustizia quella concretezza umana inattingibile non meno dalle concezioni socialiste che da quelle utilitariste o contrattualiste.
Collocata su questo sfondo teologico, la liberazione dal “lavoro alienato”, che è stato il problema socio-politico dominante nel secolo scorso, appare come inessenziale. Il vero problema della modernità è , semmai, quello di superare la concezione del lavoro come “totalità antropologica”, mercé la sua riconduzione a una dimensione che non copra l’intero essere. Ciò non toglie che, nella dimensione della produzione, vada riconosciuta la “priorità intrinseca del lavoro rispetto al capitale”. Tuttavia, tale priorità presuppone il riconoscimento del “diritto naturale alla proprietà privata”, della “libertà d’impresa” e della “giusta funzione del profitto, “come primo indicatore del buon andamento dell’azienda”.
La piena legittimazione della libertà d’impresa si proietta, peraltro, ben oltre la polemica ormai datata con le ideologie socialiste, mostrando assonanze con le moderne teorie della concorrenza: è ancora dal principio della destinazione universale dei beni che discende l’illegittimità della proprietà quando essa serva “a impedire il lavoro di altri, per ottenere un guadagno che non nasce dall’espansione globale del lavoro e della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro compressione”. Del resto, è sempre dal principio di universale destinazione dei beni che deriva un importante corollario “produttivistico”: “la proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della provvidenza; deve perciò farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri”.
Al contempo, sul piano della trasformazone delle fonti, deve constatarsi il transito dalle regole ai principi e, sul piano sostanziale, la centralità del principio antropocentrico. Qui si registra la estrema prudenza dell’Europa, contrapposta alla libertà semiplena degli USA e al capitalismo centralistico della Cina: quadro nel quale si verifica piena sintonia tra l’Europa e la Chiesa.
Anche se l’approccio procedurale dell’AI ACT dell’UE non si esaurisce in una modifica rilevante delle norme, dalle regole ai principi; esso opera sulla natura stessa delle fonti, incentivando le organizzazioni a regolare l’Intelligenza Artificiale con un Codice Etico IA vincolante per i sistemi, che si dipani lungo i cicli gestionali e sia integrato nei processi aziendali. Sarà anche necessaria una mappatura della presenza ed interazione della Intelligenza Artificiale con il coordinamento e il presidio di un Comitato Etico. Anche nel ddl italiano sull'intelligenza artificiale, approvato alla Camera il 25 giugno 2025 e sostanzialmente attuativo del regolamento UE, gli elementi basilari sono costituiti per un verso, sul piano sostanziale, dal principio antropocentrico e dai relativi corollari, alla cui stregua i sistemi di intelligenza artificiale "devono essere sviluppati e applicati nel rispetto dell'autonomia e del potere decisionale dell'uomo"; e per l’altro, dal un sistema di governance che si segnala per la duplicazione funzionale tra due autorità nazionali: l'Agenzia per l'Italia Digitale (AgID) vocata allo sviluppo dell’IA, e l'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN).5
Chiudiamo queste riflessioni, con l’osservazione che rientra nel depositum fidei della DSC l’idea del bene comune, che a sua volta integra la “libertà d’impresa” con la “carità sociale”. Ma anche la carità è un valore che va interpretato in chiave teologica e non pauperistico-pietistica. Poiché è un riflesso della pari dignità delle persone e della destinazione universale dei beni, trascende la stessa giustizia: “non si possono regolare i rapporti umani unicamente con la misura della giustizia” (G.P. II). La carità è indispensabile per dare alla giustizia quella concretezza umana inattingibile non meno dalle concezioni socialiste che da quelle utilitariste o contrattualiste.
Collocata su questo sfondo teologico, la liberazione dal “lavoro alienato”, che è stato il problema socio-politico dominante nel secolo scorso, appare come inessenziale. Il vero problema della modernità, anche quella digitale, è , semmai, quello di superare la concezione del lavoro come “totalità antropologica”, mercé la sua riconduzione a una dimensione che non copra l’intero essere. Ciò non toglie che, nella dimensione della produzione, vada riconosciuta la “priorità intrinseca del lavoro rispetto al capitale”. Tuttavia, tale priorità presuppone il riconoscimento del “diritto naturale alla proprietà privata”, della “libertà d’impresa” e della “giusta funzione del profitto, “come primo indicatore del buon andamento dell’azienda”.
La piena legittimazione della libertà d’impresa si proietta, peraltro, ben oltre la polemica ormai datata con le ideologie socialiste, mostrando assonanze con le moderne teorie della concorrenza: è ancora dal principio della destinazione universale dei beni - che discende l’illegittimità della proprietà quando essa serva “a impedire il lavoro di altri, per ottenere un guadagno che non nasce dall’espansione globale del lavoro e della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro compressione”. Del resto, è sempre dal principio di universale destinazione dei beni che deriva un importante corollario “produttivistico”: “la proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della provvidenza; deve perciò farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri”.
L’assonanza tra le moderne teorie concorrenziali e la tradizione della dottrina sociale della Chiesa trova nell’IA una totale conferma,, in tutti i campi: nei principi fondametali, nella dignità dei lavoratori come valore, nel principio dell’antropocentrismo; sul piano delle fonti. normative, procedurali, regolamentare.
Ci sarebbero riserve da sollevare in merito all’etica e relativi codici, prendendo spunto dalle parole già citate di Giovanni Paolo II in ordine al rapporto tra etica e carità: ma abbiamo già scritto troppo; sarà per un’altra volta.