Una breve nota biografica. Alessandro Garilli è nato a Palermo il 19 novembre 1948. Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza il 6 dicembre 1971 nell’Università degli Studi di Palermo. Assegnista di ricerca e poi assistente ordinario, nel giugno del 1985 è stato nominato professore associato di diritto del lavoro presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo. È divenuto professore straordinario di diritto del lavoro, dal 1° novembre 1990, nella Facoltà di Scienze Politiche della medesima Università; e, in seguito, dal 1° novembre 1993, professore ordinario di diritto del lavoro. Dal 1° novembre 1996 è stato chiamato dalla Facoltà di Giurisprudenza a ricoprire la cattedra di diritto del lavoro, dove è rimasto fino alla cessazione dal servizio per ragioni di età. Nel 2021 gli è stato conferito il titolo di professore emerito. Ha ricoperto l’incarico di Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Palermo dal 1° novembre 1991 al 31 ottobre 1996. Ha svolto la professione di avvocato ed ha rivestito la carica di Sottosegretario di Stato al Lavoro nel primo governo Prodi dal marzo 1998 all’ottobre dello stesso anno. È Presidente, dal 1996, della Sezione della Sicilia occidentale del Centro Nazionale Studi di Diritto del Lavoro «Domenico Napoletano». È componente dei comitati editoriali e scientifici di diverse riviste di diritto del lavoro. È stato Presidente dell’Associazione Italiana di Diritto del Lavoro e della Sicurezza Sociale nel triennio 2021 – 2024.
Come è nata la Sua vocazione per gli studi giuridici?
In modo non premeditato. Benché nella mia famiglia paterna ci fossero stati dei giuristi, dopo la maturità classica (che sostenni con il vecchio sistema, nel quale all’orale si portavano tutte le materie) avrei voluto iscrivermi alla facoltà di Lettere e Filosofia, per poi insegnare storia e filosofia nei licei. Fu mio padre a suggerirmi di intraprendere gli studi giuridici, utilizzando anche l’argomento che, se lo avessi voluto, da laureato in giurisprudenza avrei anche potuto coltivare la mia originale ambizione. Lo feci e non me ne sono pentito, anche se la passione per la storia non mi ha mai abbandonato, tant’è che nello studio degli istituti giuridici ho sempre cercato di coglierne l’evoluzione, ritenendola fondamentale per la loro comprensione.
Come era la Facoltà di Giurisprudenza di Palermo di quegli anni?
Alla fine degli anni Sessanta e nei primissimi anni Settanta l’ambiente era piuttosto conservatore. Nonostante proprio in quegli anni stesse iniziando la contestazione giovanile, la Facoltà ne fu toccata in modo marginale. I professori erano tutti di orientamento moderato (quando non reazionario), e non mostravano alcun interesse per l’apertura cognitiva alle esperienze esterne. Anche tra gli studenti l’attività politica era ridotta, se non per una forte componente del FUAN, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, e per la presenza di un piccolo gruppo di giovani socialisti (come Guido Corso), o di cattolici, quali per esempio Sergio D’Antoni, Leoluca Orlando e Vito Riggio, che avrebbero poi avuto ruoli politici importanti negli anni successivi. Una certa apertura ai fenomeni sociali vi fu soltanto in occasione del movimento del Settantasette, quando però ero già passato all’insegnamento.
Aveva pensato quindi di intraprendere la carriera universitaria dopo la laurea?
Inizialmente no. Mi ero laureato in diritto del lavoro, con una tesi di laurea sul rapporto di lavoro artistico, ma in quegli anni la materia aveva poco rilievo nella Facoltà palermitana. Titolare dell’insegnamento era stato per molti anni Antonio Sinagra, che era anche un avvocato che si occupava professionalmente di diritto del lavoro, e che originariamente, se non ricordo male, era professore di dottrina del Fascismo, ed era poi passato a insegnare materie giuridiche. Dopo il suo pensionamento non c’era un titolare della materia. Questa era stata affidata per incarico a un assistente, che coltivava però soprattutto interessi politici, e non aveva superato l’ultimo esame per la libera docenza. Vinsi alcuni concorsi nella pubblica amministrazione e nel settore bancario, e per un brevissimo periodo fui anche segretario comunale per incarico. Avevo superato un concorso per consigliere (allora primo gradino della carriera direttiva) al Ministero della Pubblica Istruzione, e mi ero classificato tra i primi, tanto che potei scegliere Palermo come sede. Tuttavia, la prospettiva di trascorrere la mia intera vita svolgendo funzioni essenzialmente amministrative e burocratiche mi riempiva di sconforto. Fortunatamente, i provvedimenti urgenti per l’Università del 1973 avevano previsto nuove forme di assegni universitari (assolutamente precari), e ancora una volta mio padre mi suggerì di partecipare alla selezione. La superai, e presi servizio presso la Facoltà di giurisprudenza.
E cominciò subito a occuparsi di diritto del lavoro?
Mi ero laureato, come detto, con una tesi in diritto del lavoro, e la materia mi aveva appassionato. Tuttavia, benché fosse passato qualche anno dalla mia laurea, la situazione non era cambiata. L’insegnamento era allora affidato a un libero docente di diritto civile, che coltivava però una passione per il diritto del lavoro, al quale intendeva dedicare la sua attività di ricerca. Non ci eravamo mai incontrati prima, ma mi apprezzò molto, e nel 1975 mi fece presentare a un concorso per un posto di assistente ordinario (ruolo che sarebbe stato da lì a poco messo a esaurimento) in diritto del lavoro. Lui era un appassionato bibliofilo, e aveva fatto acquistare alla biblioteca di Giurisprudenza numerosissimi testi di interesse lavoristico, non soltanto di natura giuridica, ma anche di storia, di economia e di sociologia. A distanza di anni, i colleghi di altri dipartimenti frequentano la nostra biblioteca perché trovano testi difficilmente reperibili altrove. Rivolsi quasi subito la mia attenzione al pubblico impiego, del quale volevo esplorare l’evoluzione, i punti di contatto e di differenza con il lavoro privato. In quegli anni uscì il bel libro di Mario Rusciano sull’impiego pubblico, che costituì per me un punto di riferimento. Mi occupai quindi dell’indennità di buonuscita, sulla quale scrissi un articolo che Umberto Romagnoli mi fece pubblicare sulla Rivista trimestrale di diritto e procedura civile.
La situazione del diritto del lavoro nella Facoltà nel frattempo era cambiata?
Il civilista, che tanto mi aveva apprezzato, per due volte non aveva superato il concorso a cattedra, e aveva quindi deciso di tornare agli studi di diritto civile (materia nella quale divenne successivamente professore ordinario, occupandosi di temi assai distanti dal diritto del lavoro). Nel 1976 era arrivato a Palermo, come vincitore del posto bandito dalla Facoltà di giurisprudenza (anche se incardinato nel corso di laurea in Scienze politiche), Paolo Tosi (che rimase però a Palermo soltanto un paio d’anni), con il quale instaurai subito un’amichevole intesa, e che mi mise in contatto con Tiziano Treu. L’incontro con Tiziano fu fondamentale per la mia carriera accademica. Mi coinvolse in alcune ricerche empiriche sul reale funzionamento degli istituti giuridici, come quella su contrattazione collettiva, sindacato e pubblica amministrazione, e mi seguì nella stesura della prima monografia, dal titolo Il trattamento di fine rapporto nel lavoro pubblico e privato, nella quale provavo a cogliere le linee di una evoluzione comune della disciplina dei trattamenti erogati in occasione della cessazione del rapporto di lavoro, anche in seguito alla riforma del 1982 dell’indennità di anzianità. Il libro venne pubblicato nella collana della Franco Angeli, promossa da Giuseppe Pera (nella quale era apparsa in precedenza anche l’importante monografia di Paolo Tosi sul dirigente d’azienda) e mi consentì di superare il concorso nazionale per la nuova figura di professore associato.
I Suoi interessi però non si limitavano al pubblico impiego.
In quell’arco di tempo collaborai anche con Giustizia civile, commentando delle sentenze che Giuseppe Pera (che ero andato a trovare a San Lorenzo a Vaccoli, dopo la chiusura del concorso di professore associato, nel quale aveva presieduto la commissione) mi mandava. Mi occupai anche di collocamento in agricoltura, e degli aspetti di interesse lavoristico delle misure antimafia, che erano state notevolmente rafforzate con la legge Rognoni – La Torre del 1982 (approvata dopo l’omicidio del generale Dalla Chiesa), e pubblicai un primo articolo su Politica del diritto. In seguito, ho continuato a occuparmene, con i due libri. Il lavoro e la mafia nel 1994 e Il lavoro nel sud nel 1997. Avevo anche iniziato una collaborazione con l’amico Salvatore Mazzamuto, che era ordinario di diritto civile, ma che si era occupato molto di diritto del lavoro, nel suo libro sull’attuazione degli obblighi di fare, e anche in un commentario alle leggi sul costo del lavoro del 1977. Con Mazzamuto organizzammo anche il convegno del maggio del 1990 su “Lo Statuto dei lavoratori vent’anni dopo”, nel quale presentarono delle relazioni di straordinario interesse, tra gli altri, Umberto Romagnoli, Paolo Tosi, Franco Carinci, Mario Rusciano e Edoardo Ghera.
La Sua attenzione per il fenomeno mafioso non rimase però limitata soltanto al campo degli studi teorici, ma si tradusse anche in un’esperienza non così comune per un professore di diritto del lavoro.
Nel 1974 avevo superato l’esame di abilitazione di Procuratore legale, e avevo iniziato a svolgere attività forense assieme a mio zio (il fratello di mio padre), che insegnava anche Filosofia del diritto all’Università (era un neoidealista gentiliano). Tale attività mi ha dato molte soddisfazioni anche se non l’ho mai anteposta alla ricerca scientifica e alla didattica. Nel 1985 venni cooptato nel gruppo di avvocati che doveva seguire le costituzioni di parte civile per le vittime della mafia nel primo maxi processo istruito dal pool antimafia di Palermo. Fui dunque coinvolto in un’esperienza – del tutto nuova per me - che, in quel particolare momento storico, presentava dei rischi in quanto si svolgeva in un clima di tensione fomentata dall’aperta ostilità dei mafiosi. Peraltro, era diffusa l’opinione (anche tra i difensori degli imputati) che il processo alla fine si sarebbe risolto con un nulla di fatto, come era accaduto in altre occasioni in passato (e che quindi, in sostanza, noi fossimo degli illusi). Ritenni però moralmente giusto che un professore, operante in un contesto sociale e culturale come quello siciliano dell’epoca, non dovesse rimanere chiuso nei suoi studi, ma assumesse una posizione chiara di contrasto al fenomeno mafioso.
Risale a quel periodo un primo impegno non universitario, sia pure in veste non strettamente politica. Potrebbe riassumerne gli aspetti essenziali?
Alla fine degli anni Ottanta ebbi l’occasione di collaborare con gli assessori al lavoro della Regione Siciliana nella redazione di alcuni progetti di legge per la riforma del mercato del lavoro regionale (materia sulla quale la Regione ha una competenza concorrente). Venne quindi istituita un’Agenza regionale per il lavoro, e venne mutata l’articolazione delle strutture regionali. Il modello seguito non era molto dissimile da quello negli stessi anni seguito in Trentino o in Valle d’Aosta, e nel quale un ruolo importante aveva avuto il compianto amico Mario Napoli, ma gli effetti sulla occupazione furono modesti. Il diritto può agevolare la creazione di occasioni di lavoro, ma per fare ciò occorre un tessuto economico che in Sicilia allora (e anche oggi) non esisteva.
Agli stessi anni risale la Sua seconda monografia. Come scelse il tema?
In occasione dell’approvazione della legge del 1985 che aveva istituito la categoria dei quadri, avevo scritto un articolo su Autonomia sindacale e riconoscimento normativo dei quadri d’azienda, che era apparso sulla Rivista critica di diritto privato. Inoltre, Paolo Tosi mi aveva offerto la possibilità di scrivere con lui un articolo sull’argomento, che venne pubblicato nei Quaderni di diritto del lavoro e delle relazioni industriali. Affrontai dunque il tema delle categorie dei prestatori di lavoro – con particolare attenzione ai profili storico-evolutivi, unico modo per comprenderne la persistenza – e il libro venne pubblicato nella collana della Rivista di diritto civile, dopo avere superato la valutazione di Luigi Mengoni e di Massimo D’Antona. La monografia mi valse il superamento del concorso a cattedra, e il premio Scanno per le relazioni industriali nel 1989.
Iniziò quindi un nuovo periodo dell’insegnamento presso la Facoltà di giurisprudenza?
Veramente, fui chiamato nel 1990 presso la Facoltà di scienze politiche, che da poco era stata costituita, e pochi mesi dopo venni eletto preside. L’impegno – di non poco conto – era quello di costruire ex novo una facoltà, che non fosse la parente povera di giurisprudenza, ma che avesse un suo ruolo nella vita della città. Organizzammo quindi una serie di incontri, dibattiti, presentazioni di libri (ricordo che parteciparono Giorgio Bocca, Enrico Deaglio, e presentammo anche il libro di Umberto Romagnoli sul lavoro in Italia), soprattutto con riguardo alla crescente opposizione al fenomeno mafioso. Questa apertura alla società era favorita dalla natura interdisciplinare del corso di laurea, nel quale i giuristi erano soltanto una parte, e interagivano con sociologi, storici ed economisti, in un dialogo che personalmente mi ha arricchito molto. Presso la facoltà di Scienze Politiche riuscimmo a istituire un corso di laurea biennale in consulenza del lavoro (credo sia stato tra i primi in Italia), che successivamente – ma ormai da tempo avevo lasciato Scienze Politiche, dato che nel 1996 era tornato a Giurisprudenza, e avevo quindi lasciato la carica di Preside – si è evoluto in corso di laurea triennale. Nello stesso periodo avviammo una collaborazione con il consorzio universitario di Enna, nel quale sperimentammo una forma di didattica a distanza. Utilizzando una connessione telefonica fornita da Telecom Italia (la diffusione di internet era di là da venire) il professore faceva lezione da Palermo, e gli studenti – assistiti in aula da un tutor – seguivano da Enna. Si trattava ovviamente di lezioni in presa diretta, senza possibilità di registrazione, come invece abbiamo sperimentato nel periodo del Covid. Anni dopo feci anche parte del comitato ordinatore dell’Università Kore di Enna, nel periodo iniziale della sua attività, nel quale non c’erano ancora gli organi accademici ordinari.
Nel periodo della Sua presidenza a Scienze politiche Palermo ha vissuto un momento difficile, nel quale l’Università ha assunto posizioni che alcuni anni prima sarebbero state impensabili. Come accadde?
Il 23 maggio del 1992 la mafia aveva assassinato Giovanni Falcone, che all’epoca era direttore degli affari penali al Ministero di Grazia e Giustizia. In città era opinione comune che la prossima vittima sarebbe stato Paolo Borsellino, e ci aspettavamo che le misure di protezione nei suoi confronti sarebbero state rafforzate. Quando, dopo nemmeno due mesi, anche Borsellino venne assassinato, lo sconcerto in città fu enorme. Il Senato Accademico, del quale come Preside facevo parte, su iniziativa di Mazzamuto (allora Preside della Facoltà di Giurisprudenza) e mia, assunse una presa di posizione forte, e preparò un documento – che venne pubblicato sul Corriere della sera – nel quale evidenziava l’isolamento di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, e la mancata protezione da parte delle autorità, soprattutto nei confronti del secondo.
Dopo il ritorno a Giurisprudenza Lei si trovò, in modo inaspettato, a ricoprire un ruolo di Governo.
Nel 1998 il movimento della Rete, a capo del quale c’era Leoluca Orlando, assunse un ruolo attivo all’interno del primo governo Prodi, che si reggeva sull’appoggio esterno di Rifondazione comunista, non avendo alla Camera la maggioranza dei seggi. Venne dunque proposta la nomina di un sottosegretario al lavoro, e dopo un’interlocuzione con Tiziano Treu (allora Ministro del lavoro) fu proposto il mio nome. Mi venne affidata la delega per il mercato del lavoro, e trovai come consulente del Ministro, sulla riforma degli organi del mercato del lavoro (era da poco intervenuto l’affidamento di una serie di funzioni alle Regioni, a Costituzione invariata) Franco Carinci, vulcanico come sempre. Lavorai anche a stretto contatto con Marco Biagi, che era allora consulente del Ministro, e che aveva lavorato al progetto per l’introduzione dello Statuto dei lavori, in un’ottica di ridefinizione delle tutele dei lavoratori. Tuttavia, nello stesso periodo il Partito democratico della sinistra – la principale forza di governo – aveva presentato un progetto di legge assai diverso, e che mirava all’introduzione di un tertium genus tra il lavoro subordinato e il lavoro autonomo, intervenendo sull’art. 409 c.p.c. Le discussioni si svolgevano presso la commissione lavoro del Senato, della quale era presidente Carlo Smuraglia. Mi trovavo dunque talvolta in una situazione di imbarazzo, perché vi era un evidente diversità di impostazione tra quanto proposto da Marco Biagi (del quale avevo grande stima) e quanto invece richiesto dal partito di maggioranza relativa. A questo si aggiungevano le difficoltà derivanti dall’essere espressione di un partito che aveva nella mia regione la sua principale base elettorale, e dal dovere affrontare per questo motivo emergenze occupazionali che si trascinavano da anni. A metà degli anni Ottanta alcune società facenti capo a imprenditori assai discussi, e che per anni avevano svolto una serie di attività in appalto per il comune di Palermo (fornendo peraltro servizi di qualità scadente, a un costo elevato) erano fallite. Questo aveva lasciato senza occupazioni numerosi lavoratori, che avevano inscenato manifestazioni di protesta, nelle quali era stato espresso in modo chiaro il pensiero per cui l’intervento antimafia aveva pregiudicato la posizione dei dipendenti, mentre la mafia li aveva garantiti. Si trattava ovviamente di un errore di prospettiva, ma per fare fronte alla situazione, e con un provvedimento urgente adottato per ragioni di ordine pubblico, il Comune di Palermo era stato autorizzato ad assumere temporaneamente questi soggetti, ricevendo per tale ragione uno specifico finanziamento, proveniente dal bilancio del Ministero dell’Interno. I rapporti di lavoro si rinnovavano di anno in anno e in quel periodo si discuteva della stabilizzazione di un’ulteriore proroga, che non senza difficoltà – ricordo che c’era una forte opposizione della Lega Nord, ma anche una certa perplessità in alcune aree del Governo – riuscimmo a fare approvare dal Parlamento. Al di là della questione specifica, ritenevo importante evitare che passasse il messaggio che la mafia dava occupazione, e che lo Stato la toglie. Sarebbe stato un disastro culturale in un momento in cui si cominciava faticosamente a ricostruire una coscienza civile antimafiosa.
Dopo la caduta del Governo Prodi Lei ha abbandonato ogni ipotesi di politica attiva, ed è tornato all’insegnamento universitario, variando notevolmente i suoi interessi scientifici. Ha mai pensato di proseguire l’attività politica?
L’Università è stata e rimane la passione della mia vita. Non ho abbandonato l’idea che non ci si debba limitare al semplice insegnamento, per cui, per esempio, all’epoca dei progetti di riforma promossi dalla Ministra Gelmini facemmo alcune lezioni in piazza, protestando contro quello che vedevamo con un tentativo di limitare la libertà di insegnamento. Allo stesso tempo però ho cominciato ad interessarmi di temi diversi da quelli che mi avevano attratto in precedenza, per cui mi sono occupato del nuovo assetto del riparto delle competenze tra lo Stato e le Regioni, del contratto a termine (in un volume curato assieme al compianto amico Mario Napoli, e poi in un libro più agile con i colleghi palermitani più giovani), e varie volte delle questioni legate alla formulazione dell’art. 19 dello Statuto dei lavoratori, che l’improvvido esito del referendum del 1995 ha discostato dalle sua funzione originaria, alla quale la Corte costituzionale ha provato a ricondurlo, lasciando però dei nodi irrisolti.
Non ho tuttavia abbandonato lo studio del lavoro pubblico. A questo proposito vorrei ricordare la relazione al Congresso Aidlass del 2003 su “Profili dell’organizzazione e tutela della professionalità nelle pubbliche amministrazioni”, il volume curato con Mario Napoli del 2013 sulla terza riforma del lavoro pubblico e gli scritti che ho dedicato al precariato nelle pubbliche amministrazioni.
Rientra in questo ampliamento di interessi la collaborazione all’aggiornamento del manuale classico di Edoardo Ghera?
Nel 2011 Edoardo Ghera aveva chiesto a me e a Mimmo Garofalo di assisterlo nella sempre più ardua fatica di aggiornare il manuale, che avevo indicato tra i testi consigliati agli studenti fin dalle prime edizioni. È un compito che ho assunto con piacere, anche se i frenetici e non sempre meditati mutamenti della disciplina positiva costringono a una costante attività di revisione, con il rischio di perdere di vista la linea evolutiva della materia.
Non sembra particolarmente entusiasta degli sviluppi del diritto del lavoro degli ultimi anni.
Ritengo che negli ultimi anni si sia persa di vista la centralità del valore del lavoro all’interno della Carta costituzionale. L’insistenza sulla tirannia dei valori e la critica al costituzionalismo dei diritti, per mettere in discussione il primato della tutela del lavoro, che i Padri fondatori hanno assunto a fondamento della Costituzione, non deve condurre a una lettura di questa in chiave neoliberista che si spinga ad utilizzare la tecnica del bilanciamento per porre su un identico piano la libertà dell’impresa (circondata dall’art. 41 Cost. da una serie di limiti) e il diritto al lavoro, né tantomeno a relegare in secondo piano il tema della dignità del lavoratore, che deve mantenere un rilievo centrale nell’interpretazione della legge verificandone la sua coerenza con i principi costituzionali. È evidente che la nostra materia, più di altre, è fortemente condizionata dal clima culturale e politico del momento, al quale si può resistere, o al quale può anche accadere di piegarsi. Posso anche aggiungere che nel dibattito scientifico degli ultimi anni (penso soprattutto alle diverse letture della cospicua giurisprudenza costituzionale sulla disciplina dei rimedi per il licenziamento illegittimo contenuta nelle riforme del 2012 e 2015) mi è sembrato di cogliere accenti critici particolarmente aspri, nei confronti di soluzioni dei giudici costituzionali a mio avviso assai ragionevoli, sulla base di una presunta scarsa considerazione da parte dei giudici delle esigenze dell’impresa e del funzionamento del mercato. Certamente alcune conclusioni cui è pervenuta la Corte costituzionale sono discutibili nel merito, ma le posizioni critiche di non poca dottrina mi sembrano francamente eccessive. Questo non vuol dire ovviamente che mutamenti nella materia non possano e non debbano essere introdotti, ma sempre avendo ben chiaro il quadro e l’ordine dei valori presenti nella nostra Carta.
Va però tenuto conto dell’apertura dell’ordinamento italiano, anche attraverso la riformulazione dell’art. 117 Cost., alle regole dell’ordinamento europeo, nel quale la concorrenza assume invece un ruolo centrale.
Questo è vero, ma non può portare al superamento della centralità del valore del lavoro, che poggia sull’inseparabile trinomio libertà eguaglianza (sostanziale) e solidarietà. Vero è che l’ordinamento giuridico europeo è rivolto soprattutto a garantire il funzionamento del mercato concorrenziale e ciò ha comportato un arretramento dei livelli di tutela (pensate soltanto alle sentenze della Corte di Giustizia Viking e Laval sul diritto di sciopero). Ma l’antidoto a questa deriva è nella teoria e nella pratica dei controlimiti, che valorizza gli aspetti essenziali, i principi irrinunciabili, dell’assetto costituzionale della Repubblica. E tra questi vanno ascritti in primo luogo i diritti sociali di cittadinanza, la cui tutela limita il libero dispiegarsi delle forze del mercato.
L’ipervalorizzazione di una pretesa libertà di lavorare – che può forse ritrovarsi soltanto in alcuni gruppi di lavoratori particolarmente qualificati – non deve farci dimenticare della presenza di numerosi altri soggetti, che sono tuttora esposti al rischio di forme di sfruttamento forse più raffinate, ma non meno pericolose di quelle che hanno portato alla nascita del diritto del lavoro. Il mio recente interesse per le categorie marginali del mercato del lavoro, come i rider (di cui ho affrontato il complesso problema qualificatorio) o i migranti (con riguardo alle garanzie di sicurezza sociale), nasce proprio dalla considerazione di come le ragioni di tutela del lavoro non siano venute meno negli ultimi anni, e sia sempre necessario vigilare per evitare la trasformazione della persona da soggetto a oggetto della relazione contrattuale. Nella relazione di Palermo del 1990 Umberto Romagnoli evidenziava come lo Statuto mirasse a introdurre forme avanzate di democrazia industriale all’interno dei luoghi di lavoro, ma la tendenza degli ultimi anni mi sembra (non solo nei luoghi di lavoro) spingere per ripristinare modelli (a volte caricaturali) di neoautoritarismo.
Dopo il pensionamento dall’Università Lei ha continuato a svolgere la Sua attività in modo forse ancora più costante, come presidente dell’AIDLASS.
L’esperienza di presidente, anch’essa non cercata ma svolta con entusiasmo, è stata particolarmente gratificante. La scelta del direttivo nel triennio 2021 – 2024 è stata quella di costituire un gruppo di giovani, che affiancasse il direttivo nelle tematiche di maggiore interesse. Sono state quindi organizzate varie attività, soprattutto attraverso un fruttuoso rapporto con i diversi collegi di dottorato in cui sono presenti colleghi lavoristi. Abbiamo anche celebrato il sessantesimo anniversario della fondazione dell’AIDLASS. Il triennio si è svolto in un clima di serena e costruttiva condivisione delle scelte tra tutti i componenti, e questo ha costituito per me motivo di grande soddisfazione.
Se potesse ritornare il giovane studioso dei primi anni Settanta, si dedicherebbe ancora al diritto del lavoro?
Certamente sì. Ho svolto la mia attività di insegnante con passione, e penso di essere riuscito a trasmetterla ai giovani che ho incontrato nell’arco della mia vita. Alcuni di loro, del resto, hanno intrapreso con meritato successo la carriera scientifica. Certamente il clima non è dei migliori, e non aiutano le più recenti divisioni nel mondo sindacale, in un momento nel quale la diversità di visione su alcuni aspetti non dovrebbe fare venire meno il valore dell’unità. Il pessimismo della ragione che in questo momento, ma anche in altri della nostra storia, a volte mi assale, non può farci ignorare l’ottimismo della volontà, che ha mosso chi ha contribuito a portare (in modo ancora perfettibile) la tutela del lavoro in Italia a livelli degni di un paese civile.
