Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una singolare sequenza di azioni parlamentari delle quali non sempre è possibile individuare il senso e la finalità. Pensiamo  alla vicenda del salario minimo legale, oggetto di un disegno di legge proposto dalla attuale opposizione parlamentare, poi da questa abbandonato ma fatto proprio -a fil di regolamento- dalla maggioranza di Governo. Che, poi, lo svuota della finalità originaria, trasformandolo in un testo che pone il rifiuto del salario minimo legale, e lo trasfonde in una legge-delega i cui principi ispiratori si muovono in altra direzione, legittima ma opposta a quello del disegno di legge originario. L’ulteriore passaggio di questa sequenza parlamentare è la scadenza del termine per l’esercizio della delega senza che i relativi decreti siano stati predisposti, rinviando una più completa regolamentazione a un fatidico decreto legge, immaginificamente denominato “decreto Primo Maggio”.

Una valutazione di esso può essere fatta in via molto provvisoria, posto che è ancora in corso il dibattito parlamentare per la conversione in legge, ma il tono e il contenuto di taluni emendamenti presentati dalla stessa maggioranza di Governo non paiono tali da dissolvere le perplessità e le carenze da molti evidenziate nel decreto-legge originario. 

Non è certamente vietato coltivare l’ottimismo ma, forse, ne occorre una dose massiccia nel contesto dell’attuale dibattito politico-parlamentare.

LDE si propone di far seguire a una prima analisi necessariamente parziale e provvisoria del decreto-legge, una valutazione più approfondita del testo definitivo convertito in legge.

Intanto pare di poter dire, alla luce degli atti e senza anticipare giudizi, che resta ancora irrisolto il tema di un compiuto assetto della rappresentanza e rappresentatività sindacale almeno in ambito aziendale, cui la recente sentenza della Corte costituzionale n.156 del 2025 -ancora una volta operando una supplenza necessitata-   ha dato qualche risposta di grande valore ma non certo di completa definizione della complessa materia. Di tale difficoltà è prova l’invito che la Corte ha rivolto al Legislatore affinché provveda a “delineare un assetto normativo” idoneo a superare le incertezze e le difficoltà che caratterizzano il quadro attuale e chiariscano un adeguato criterio di accesso alla tutela promozionale delle Organizzazioni dei lavoratori. Sussistono fondati dubbi sull’accoglimento di tale invito sia perché il tempo rimanente della legislatura sembra ridursi sempre più, sia perché analoghe sollecitazioni svolte negli anni passati, anche su materie diverse dal diritto del lavoro, non hanno ancora sortito effetti.

Per le stesse ragioni si può dire che pare nella sostanza accantonata la prospettiva di porre effettive limitazioni alla diffusione dei contratti-pirata e dei loro effetti di distorsione del mercato del lavoro e di compressione dei livelli retributivi.

Parimenti significativa pare, poi, la vicenda dell’accantonamento della discussione sulla proposta di legge in materia di congedo paterno paritario. Si trattava, e si tratta, di materia sulla quale pareva, e pare, possibile una convergenza anche fra le opposte forze politiche presenti in Parlamento; e la mancata approvazione sembra doversi ascrivere, ancora una volta, al “rumore di fondo” che poi sfocia in un nulla di fatto.

Non è fuor di luogo, quindi, dire che in questi ultimi tempi, per quanto riguarda  le riforme vere ed efficaci nel contesto lavoristico, si è registrato molto rumore e poco costrutto.

Un evento tutt’altro che vuoto, invece, si è prodotto nelle ultime settimane in altro contesto diverso dal quadro nazionale ed è costituito dalla emanazione della Enciclica papale Magnifica Humanitas. Il cui clamore, del tutto giustificato, risiede non solo nel carisma dell’Autore ma soprattutto nella rilevanza della riflessione prioritaria che in essa è riservata alla condizione della persona che lavora, alle tutele che ad essa devono essere prestate e alla giustizia sociale.

Si tratta di una nuova formulazione della Dottrina Sociale della Chiesa cattolica che ,tuttavia, si rivolge a tutti, indipendentemente dal loro orientamento religioso, politico, ideologico scientifico. Per tale motivo v’è da ritenere ritiene che l’Enciclica costituisca una pietra miliare nella riflessione anche per il futuro da parte di quanti si occupano di diritto del lavoro per motivi di governo pubblico, di studio, di attività produttiva.

A parte singoli passaggi, sui quali si rinvia alla riflessione a più voci ospitata su LDE qui di seguito, in particolare, colpisce la immediata precettività  dell’Enciclica laddove, al n.5,afferma che “È necessario adottare strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico”.

E laddove si aggiunge (al n.77) che “Per la comunità cristiana, la giustizia sociale è una forma concreta di sequela di Gesù e di fedeltà al suo "Vangelo".

Non si tratta di meri auspici ma di imperativi che interpellano in modo particolare gli amministratori pubblici di ispirazione cattolica, che certamente  sentiranno un fremito di coscienza ,cui è auspicabile seguano atti concreti.

V’è da sperare che per tale via il “molto rumore per nulla” si attenui e ad esso subentri una concreta operosità.

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