testo integrale con note e bibliografia
Ogni sentenza che quotidianamente emettono i giudici in qualsiasi tribunale risponde all’atavica necessità degli uomini di affidare ad un soggetto imparziale, dotato di una specifica competenza, la decisione di una controversia.
La conoscenza del diritto e l’imparzialità del giudizio costituiscono dunque le fondamenta della giurisdizione.
Lo ius dicere non è, tuttavia, una operazione meccanica - ma come da altri più autorevolmente affermato - è un’azione che implica la traduzione del precetto astratto alla fattispecie concreta che deve tenere conto delle innumerevoli varianti che caratterizzano ogni singola istanza di giustizia.
Il virtuoso esercizio di questa funzione presuppone dunque l’azione di un magistrato competente che, libero da condizionamenti, sappia rendere attuale il precetto normativo adattandolo al caso concreto.
Queste semplici constatazioni impongono anche al giuslavorista una riflessione sulle potenziali ricadute nel processo della recente riforma del CSM.
I temi della riforma, sebbene possano, infatti, a prima vista sembrare legati alla dialettica di un processo penale, o a burocratiche procedure amministrative lontane dai bisogni reali dei cittadini, ad una più approfondita riflessione producono effetti in ogni campo del diritto.
E’ innegabile, a mio avviso, che, una legge che modifica gli equilibri decisionali sulle carriere, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni dei magistrati nell’introdurre anche un organo di giustizia esterno con al suo interno forme di rappresentanza asimmetriche tra la politica e la magistratura, ponga degli interrogativi sui possibili effetti sulle ricadute nel processo di un indebolimento del giudice.
Non si deve dimenticare che è nel processo che il diritto negato trova il suo riconoscimento attraverso il giudizio di un magistrato che nel suo “libero” convincimento è soggetto esclusivamente alla legge ed è solo nel processo che il debole, il derelitto, il reietto possono concretamente rivendicare in condizioni di parità con i forti e i potenti un diritto negato.
In questo edenico luogo nei quali per la breve durata di una udienza si è effettivamente uguali, indebolire il giudice, tramite una riforma che lo rende più esposto alla politica, rischia concretamente di alterare questo delicato meccanismo nel quale ogni forma di deferenza, che non sia alla legge, deve rimanere fuori dall’aula.
Ecco dunque la ragione per la quale la difesa della autonomia della magistratura dev'essere affermata con forza da tutti i “players” del processo in qualunque campo essi operino perché solo giudici effettivamente indipendenti in senso non tanto formale quanto, soprattutto sostanziale, possono assicurare, non già l’infallibilità, che nessuna riforma può introdurre, ma quella imparzialità di giudizio che è il fondamento del giusto processo e in definitiva di qualunque moderno patto sociale.
Coraggiose decisioni adottate da magistrati del lavoro, liberi da ogni condizionamento, hanno consentito negli anni di adeguare l’ordinamento alla Carta Costituzionale arginando, spesso, con sentenze “scomode” politiche del lavoro che, in nome di un neoliberismo, hanno mostrato in non pochi casi, traiettorie confliggenti con i principi fondamentali del nostro ordinamento sociale.
La materia del lavoro è in sostanza un ambito delicatissimo, perché posta al centro della nostra Costituzione, nella quale interagiscono costantemente istanze rivendicative, politica e rilevantissimi interessi economici rispetto ai quali, a fronte di una magmatica e spesso confusa produzione legislativa, il Giudice è chiamato a svolgere un ruolo fondamentale di garante dei valori fondanti della Costituzione; ruolo, peraltro, che, non di rado, il Governo cerca di influenzare o peggio indirizzare contrastando orientamenti giurisprudenziali non graditi.
E’ di questi giorni l’ennesimo tentativo attuato dalla politica di introdurre la norma che “scuda” gli imprenditori neutralizzando, la giurisprudenza della cassazione, e le istanze di lavoratori, spesso impiegati in contesti lavorativi degradanti nei quali si annidano le forme più odiose di moderno sfruttamento, che rivendicano l’adeguamento del salario povero ai parametri della sufficienza e adeguatezza.
L’indipendenza presuppone dunque necessariamente – a mio avviso - una magistratura forte e consapevole del suo ruolo rispetto al quale non il “caso” ma una scelta maturata al suo interno attraverso meccanismi democratici di rappresentanza, può assicurare l’imprescindibile garanzia di autonomia.
L’indebolimento della magistratura, effetto evidente della riforma, espone in sostanza questa essenziale funzione dello Stato ad un concreto rischio di condizionamento involontario, concetto che Aristotele definiva “miktai praxeis”, che deve essere scongiurato.
Il pericolo di una magistratura sottoposta a condizionamenti esterni per la oggettiva debolezza di autogoverno, affidato al caso, ovvero alla tuke per dirla sempre in termini aristotelici, e per il modello di giustizia interna, limitato e discutibile, è reale.
Privare il magistrato della necessaria protezione rispetto alla politica con la quale si confronta quotidianamente lo rende inevitabilmente meno “libero” da condizionamenti indiretti.
L’effettiva autonomia è alla base del sistema di check and balance che ha assicurato fino ad oggi un virtuoso autoadattamento del sistema normativo ai valori costituzionali.
L’autonomia, garanzia di un giudizio libero da condizionamenti, non presuppone l’immunità rispetto alle proprie decisioni, ma un giudizio sulla responsabilità delle stesse che non solo sia imparziale ma appaia anche tale.
Ed è in questo ambito: “il giudizio di chi giudica”, che la riforma produce il suo effetto più evidente sulle decisioni coraggiose.
L’ autodichia attuata tramite propri rappresentanti, che organi dello Stato, al pari di altri corpi intermedi, demandano ai propri membri, affidata dai padri costituenti al CSM, in una forma non pura, viene devoluta dalla riforma costituzionale ad un organo misto, pomposamente definito “Alta Corte”, nel quale, tuttavia, la politica interviene in forma “mirata” e, quindi, con una presenza al suo interno più efficace rispetto alla rappresentanza della magistratura scelta “a caso”.
La previsione di collegi giudicanti misti di questo nuovo organo, nei quali la presenza dei magistrati non necessariamente è maggioritaria, e le cui decisioni non sono ricorribili per cassazione, introduce evidentemente un fattore che scoraggia “decisioni coraggiose”, soprattutto se scomode alla componente “forte” dell’Alta Corte .
Dovremmo interrogarci su cosa sarebbe accaduto alla giurisprudenza pretorile che nei primi anni dello Statuto dei lavoratori ha indubbiamente segnato un’epoca di riconoscimento di diritti in un periodo di tensioni sociali, se un’Alta Corte, a prevalenza politica, attivabile dal guardasigilli avesse giudicato il loro operato.
Il medesimo dilemma si presenta oggi in termini, tuttavia, non piú ipotetici ma reali.
E’ sufficiente pensare a quella coraggiosa magistrata del Tribunale di Roma che nel luglio del 2017, contro il pensiero dominante, operando secondo coscienza ha messo in discussione il cuore della riforma renziana sul lavoro.
Avrà esitato?, certamente, ma non si è fermata davanti ai possibili effetti del suo provvedimento.
Ricordo che l’introduzione del contratto a tutele crescenti, fiore all’occhiello del jobs act, era stata accompagnata da un battage incessante di slogan che colpivano i “giudici ideologicizzati” o peggio “di parte” colpevoli, con le loro sentenze, di danneggiare la libera imprenditorialità.
La riforma era – cito testualmente - “la democrazia delle opportunità”, lo strumento che avrebbe assicurato “più lavoro, più ambizioni e più sicurezza economica”.
Autorevoli giuslavoristi ne lodavano la logica e la modernità del pensiero normativo.
Oggi, ciò che conta è che quella magistrata, guidata esclusivamente dalla coscienza di essere soggetta solo alla legge e alla Costituzione ha avuto il coraggio di mettere in discussione un sistema e il tempo le ha dato ragione.
Quella decisione, indubbiamente scomoda, nei confronti di un governo all’apice della sua parabola, che colpiva il provvedimento simbolo della legislatura ha, infatti, aperto la strada a numerose altre ordinanze di remissione innanzi alla Corte Costituzionale che, con almeno 7 sentenze significative, ha sostanzialmente demolito la struttura della riforma.
Dubito che una magistratura indebolita avrebbe all’indomani della riforma la stessa serenità che è il presupposto di un pensiero libero che consente di immunizzare il sistema normativo rispetto a riforme fortemente volute dalla politica.
Seguendo il filo conduttore di decisioni coraggiose perchè indubbiamente scomode troviamo un’altra magistrata che ha dimostrato il valore della autonomia dalla politica quando nel 2017 ha messo in discussione i provvedimenti di austerity del governo fortemente voluti dal ministro Tremonti ma indubbiamente condivisi dai vari ospiti di Palazzo Chigi che si sono avvicendati.
L’esigenza di contenere i costi dello Stato aveva imposto da anni la paralisi della contrattazione nel pubblico impiego.
Blocco della contrattazione pienamente condiviso dal governo Monti, Letta e Renzi che hanno perpetuato il vincolo.
E’ innegabile che il provvedimento adottato, che riguardava un settore di 3 milioni di lavoratori pubblici, poneva la magistrata in una posizione di forte contrasto con le politiche di contenimento della spesa pubblica dello Stato; eppure, anche in questo caso, sono certo, l’unico riferimento che ha guidato la Giudice del Tribunale di Roma era la Costituzione e la tutela della libertà sindacale compressa in nome di una politica economica che sacrificava oltremodo il diritto al suo libero svolgimento.
In un periodo caratterizzato da poteri imprenditoriali forti, da multinazionali elefantiache, da aziende, quali Nvidia, che capitalizzano più del Pil di tre stati facenti parte del G8 o quanto il pil italiano, come nel caso Amazon, è innegabile che le politiche del lavoro ne risentano.
Non solo gli amministratori locali subiscono il “fascino discreto” di impianti di logistica o di stabilimenti industriali per non parlare di scali aeroportuali nel proprio territorio ma anche la politica cd “nobile” risente – come credo sia ovvio – di una innegabile attrazione per i colossi dell’economia.
In questo intreccio di interessi è dunque più che mai necessario che anche ad un giudice del lavoro di un qualunque circondario (molti dei quali sono affidati ad un unico magistrato) venga assicurata quella necessaria indipendenza che lo preservi da ogni forma di indiretto condizionamento nell’esercizio della sua funzione; e ciò in modo che si possa assicurare ai deboli la tutela di quel diritto negato che rischia di essere ulteriormente sacrificato sull’altare degli interessi economici portati avanti da fautori di un pensiero che affonda le sue radici nella dottrina del law and economics.
Anche in questo caso – sarà una coincidenza – sono ancora donne magistrate a distinguersi per coraggiose decisioni “scomode”, guidate esclusivamente dal senso del dovere di applicare la legge esplorando nuove prospettive, allora ancora sconosciute, che la normativa antidiscriminatoria consente di percorrere.
Negli anni dell’acceso conflitto sindacale che opponeva la Fiom Cgil al progetto imprenditoriale di Marchionne ben quattro donne hanno adottato un difficile provvedimento con il quale hanno imposto al gruppo Fiat l’assunzione di 145 operai discriminati per motivi sindacali.
La vicenda è nota: nel riavviare la produzione degli stabilimenti di Pomigliano, oggetto di una profonda ristrutturazione caratterizzata da accordi di produttività fortemente contrastati dalla Fiom, il caso, (variabile che appare più volte in questa narrazione) fece si che nessun lavoratore fosse iscritto a tale sindacato tra gli oltre 1.800 assunti su un bacino di 4.000.
La sentenza epocale del Tribunale di Roma, nell’applicare - credo per la prima volta - dati di statistica al processo del lavoro pervenne alla conclusione che l’unica possibilità su 10 milioni che si verificasse l’anomalia dedotta dal sindacato, rendeva provata una volontà discriminatoria.
La decisione, poi confermata sia dalla Corte di Appello che dalla Suprema Corte si inseriva, influenzandolo, nell’aspro conflitto sindacale in atto nel quale ai più era evidente l’avallo del progetto imprenditoriale da parte della politica che, poco prima, aveva agevolato la ristrutturazione approvando il controverso provvedimento che ha introdotto gli accordi di prossimità.
Anni dopo, ancora donne magistrate non esiteranno a pronunciare sentenze scomode nei confronti delle multinazionali del food delivery affermando che l’algoritmo che gestisce i ritmi di lavoro di migliaia di rider, lungi dall’essere imparziale, nella sua assoluta indifferenza alle diversità, produce effetti discriminatori.
I tribunali di Palermo, Bologna e Torino imporranno di disvelare l’algoritmo nonostante il tentativo del governo di limitare tramite un decreto legge il diritto alla trasparenza dei sistemi di monitoraggi automatizzati.
Sono tutte decisioni he segnano un punto di svolta, adottate tenendo conto esclusivamente di quanto stabilito dalla legge, interpretata secondo coscienza senza alcun condizionamento, che, nel tempo, hanno modificato i modelli organizzativi automatizzati rendendoli più “umani”.
E’ impossibile elencare tutti i magistrati che guidati esclusivamente dalla loro coscienza e dalla consapevolezza di essere assoggettati solo alla legge affrontano da sempre delicate questioni che investono interessi rilevantissimi che li espongono ad essere “invisi”, ma non asserviti, alla politica.
I provvedimenti della magistrata di Roma di rinvio alla Corte Costituzionale e poi alla Corte di Giustizia aventi ad oggetto la controversa vendita del ramo aviation a ITA s.p.a. impattano con una chiara scelta del Governo che è intervenuto sulla questione con innumerevoli decreti per “blindare” l’operazione.
E ancora cosa dire di quei magistrati che coraggiosamente hanno seguito la loro coscienza in materia di diritto di asilo contrastando, in silenzio, le politiche migratorie del governo, subendo attacchi personali per aver semplicemente applicato protocolli internazionali.
Si legge ancora oggi sul sito del Ministero dell’interno la seguente dichiarazione del Ministero Piantedosi: “se i giudici decidono al posto dei governi è un problema per tutti “ salvo poi precisare che il problema non è tanto di una magistratura colpevole di perseguire un obiettivo politico ma delle convenzioni internazionali applicate correttamente: “il sistema dell’asilo fondato sulla Convezione delle Nazioni Unite del 1951 non regge più.”
L’autonomia è un valore fondante del sistema di poteri dello Stato che ha consentito alla magistratura del lavoro, non di essere infallibile, ma certamente di svolgere nel tempo il ruolo di garante e di continuo adattamento del sistema tutelando i diritti fondamentali della nostra carta costituzionale
Il diritto di sciopero è frutto di una elaborazione giurisprudenziale che affonda le sue radici nella giurisprudenza degli anni ’80 che ha consegnato al sindacato lo strumento essenziale, anch’esso indubbiamente “scomodo” ma alla base di ogni efficace rivendicazione.
Il salario minimo e dignitoso, che la politica nicchia a introdurre, è anche’esso frutto di una magistratura del lavoro che non ha esitato a svolgere il suo ruolo in un delicato settore nel quale, sindacato, politica e impresa non riescono a stabile le regole.
La tutela della disabilità in ambito lavorativo attuata tramite provvedimenti “scomodi” per l’impresa, sovente miope nella lettura anche della seconda parte dell’art. 41 Cost., nasce anche in questo caso dalla sensibilità della magistratura consapevole e indipendente.
L’elenco delle decisioni di magistrati coraggiosi perché indipendenti le cui decisioni erano libere da qualsiasi forma di miktai praxeis ci porterebbe lontano e il tempo a mia disposizione credo sia finito.
Mi sia consentita infine una conclusione: i player del processo possono sicuramente dissentire e criticare e non condividere le singole decisioni ma ciò nonostante devono essere compatti nella difesa “dell’arbitro”.
In una società democratica fondata su un equilibrio di poteri, è, infatti, essenziale e nell’interesse di tutti i fruitori del processo proteggere, anche per le future generazioni, l’autonomia della magistratura rispetto ad una riforma che certamente non genera efficienza ma solo indebolisce un potere dello Stato.
