testo integrale con note e bibliografia

1.“Ieri, la rivoluzione industriale. Oggi, la rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Oggi come ieri, un Papa chiamato Leone”; così, in modo efficace, inizia l’introduzione di Aldo Cazzullo a una ristampa della Rerum Novarum di Papa Leone XIII, in occasione della pubblicazione della Magnifica Humanitas.
In realtà, tra le due Encicliche, altre si sono occupate della dottrina sociale della Chiesa; particolare rilievo assume la Laborem exercens, di Papa Giovanni Paolo II, perché anch'essa, come quella di oggi, si poneva, agli inizi degli anni ottanta, in un tornante della storia, allora al cospetto nella terza rivoluzione industriale.
Anche a quel tempo i lavoristi si interrogavano circa gli effetti sull'organizzazione del lavoro, sui processi produttivi, sull'occupazione, sulla professionalità, sul controllo dei lavoratori, ecc., indotti dall’ ’innovazione tecnologica, che allora consisteva nella massiccia diffusione del computer e dell'informatica. Si potrebbe dire, molto sommariamente, che si è passati dall’accelerazione meccanica delle prime due rivoluzioni industriali, a quella delle comunicazioni e delle interconnessioni della terza, per arrivare all’ accelerazione cognitiva di quella digitale.
Ma oggi, come allora, il giuslavorista, al quale spetta il delicato compito di individuare il giusto equilibrio tra i bisogni del lavoro e quelli dell'economia, deve rifuggire dalla tentazione di fare tabula rasa di un'epoca e di dichiararne aperta un'altra, o di ingerire acriticamente dosi massicce di lemmi impazziti, come ebbe a dire allora Umberto Romagnoli.

2. Inoltre, oggi come allora, il giuslavorista, nell'interpretare le encicliche sulla dottrina sociale della Chiesa, è bene che tenga conto di due chiavi di lettura, senza le quali si rischiano letture fuorvianti e non conformi alle intenzioni del magistero ecclesiastico.
La prima di tali regole ermeneutiche consiste nel nesso inscindibile tra
l’annuncio evangelico e la ricerca di un ordine sociale giusto. Vi è un paradigma permanente della dottrina sociale individuato da Leone XIV, consistente nel compito di indicare vie di soluzione giusta sulla base però dei contenuti perenni della fede (par.29).
Pertanto, sarebbe incongruo accostarsi anche a questa enciclica da un punto di vista e con misure di valutazione attinti esclusivamente dalla cultura laica. Ci sono religioni che si disinteressano della giustizia sociale, ad esempio il buddismo delle origini. Invece, le religioni che si occupano anche delle cose di questo mondo, come il cristianesimo, lo fanno tendenzialmente in funzione dell'altro mondo, come esemplarmente espresso nella epistola “A Diogneto” (“I cristiani…partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri.. Sono poveri e fanno ricchi molti… ; i cristiani abitano nel mondo ma non sono del mondo), non a caso richiamata da questo Papa nella sua recente visita pastorale in Spagna, affinché la vita sociale lasci all'uomo la sua dignità di vivere in modo cristiano.
Si comprende, allora, in quest'ottica come, ad esempio, rischi di essere fuori luogo il sarcasmo nei confronti della Rerum Novarum, che pur aveva denunciato la condizione degli operai che “grida vendetta al cospetto di Dio”, laddove affermava che il giusto salario “non deve essere inferiore al sostentamento dell’operaio, frugale, si intende, e di retti costumi”. Perfino la parabola più “lavorista” del Vangelo, quella dell'operaio dell'ultim'ora (Matteo, 20, 1-16), rischierebbe di non essere in linea con alcune norme del recente decreto sulla parità di retribuzione e trasparenza retributiva (D.Lg.vo, n.96/26), soprattutto nella parte in cui il Padrone della Vigna, dopo avere retribuito nella stessa misura chi aveva lavorato undici ore e chi ne aveva lavorato una soltanto, nei confronti dei primi che mormoravano, si rifiuta di motivare la disparità di trattamento e dice loro: “ti ho dato quanto avevamo pattuito; forse non sono libero di disporre dei miei beni come voglio? Prendi ciò che è tuo e vai”.
Sembrano non tenere adeguatamente conto di queste chiavi di lettura, quelle manifestazioni di insofferenza nei confronti della dottrina sociale della Chiesa, sia da parte di una cultura radicale programmaticamente ostile ad ogni espressione sociale del fenomeno religioso, sia, dall'altro lato, il pensiero di chi esprime una sorta di secolare diffidenza, se non inimicizia, tra cristianesimo e cultura dell'industrializzazione.

3.In secondo luogo, è importante non trascurare l’elemento della universalità della missione della Chiesa e della conseguente diffusione in tutti i paesi del mondo dell’uditorio al quale il Sommo Pontefice si rivolge.
Se dunque inquadriamo l’Enciclica in un contesto planetario, senza visioni ristrette, possiamo affermare che i contenuti del diritto del lavoro in Italia e nei paesi più evoluti dell'unione europea sono omogenei con i postulati di fondo della dottrina sociale della Chiesa, soprattutto con quello che riguarda la tutela della dignità della persona.
Si veda al riguardo quando l'enciclica ammonisce che la dignità dell'essere umano non dipende dalle capacità, o da ciò che egli possiede, o dal ruolo che ricopre, ma è un dono che la precede e l’ eccede in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio (par.50), e che quindi si tratta di una “dignità ontologica” che appartiene a un essere umano semplicemente per il fatto di esistere (par.52).
Ebbene, come non ricordare che numerose costituzioni del secondo dopoguerra in Europa ripongono espressamente le fondamenta ultime dell'ordinamento giuridico su tale valore, come, ad esempio, il celebre art. 1 della costituzione di Bonn, o l'art. 2 della nostra Costituzione, che contiene un enunciato equivalente, se è vero che il concetto di dignità umana è la sintesi dei diritti inviolabili dell'uomo, come riconosciuto dalla stessa enciclica (par.55); senza dire, poi, dell'espresso riferimento a quella vita libera e dignitosa di cui all'art. 36 comma 1 Cost.
E così, anche quando l’Enciclica evidenzia che “il lavoro non è un semplice strumento, ma esprime e accresce la dignità della nostra vita”… un cammino …verso la realizzazione personale” (par.149), si tratta di posizioni ampiamente diffuse nel nostro sistema giuslavoristico; basti ricordare l’elaborazione giurisprudenziale sul diritto, e non solo il dovere, del lavoratore di volgere effettivamente le sue mansioni e del conseguente illecito che commette il datore che lo lasci inutilizzato pur retribuendolo, anche nei casi in cui il dipendente svolga lavori alienanti e faticosi. Interessante sul punto notare la sfumatura di differenza con la concezione più spirituale del lavoro di Giovanni Paolo II nella “Laborem exercens”, secondo cui, prima di tutto il lavoro è per l'uomo e non l'uomo per il lavoro, che parrebbe prendere le distanze da una certa concezione “lavorocentrica” dell’esistenza.
E’ pur vero che anche nel “giardino fiorito dei diritti”, qual può essere considerata l’Unione Europea rispetto ad altre realtà planetarie, vi sono situazioni di disagio, dovuta in gran parte ai bassi salari in alcune, peraltro contenute, fasce del mercato del lavoro; o anche situazioni estreme delinquenziali come le sacche di caporalato. Tuttavia, almeno di non volerci fustigare per atavici sensi di colpa, e dato per assodato che tutto è ovviamente migliorabile, mi pare arduo pensare che sia rivolta quantomeno ai paesi più progrediti dell’Unione europea l’esortazione “a contrastare ogni forma di sfruttamento”, o, addirittura, “di vera e propria schiavitù” di “milioni di esseri umani”, giovani, donne “che lavorano duramente per compensi minimi” (par.173) e che, inoltre, sfruttano il dumping salariale e ambientale per imporre il loro dominio economico sul mondo.
Qui viene alla luce proprio quella dimensione universalistica dell'enciclica di cui si diceva, rivolta a situazione che si verificano in Paesi anche importanti, di sfruttamento ancora ottocentesco del lavoro, di inferni lavoristici dal punto di vista degli orari e dell'ambiente, di capitalismo sfrenato primitivo, che portano, queste sì, al degrado della dignità della persona che lavora. L'occidente è forse colpevole di aver alimentato queste realtà, o non efficacemente contrastata, ma non può essere ad essa equiparato.

4. La prospettiva cambia quando l'Enciclica affronta il problema della dignità del lavoro di fronte alla transizione digitale e all'intelligenza artificiale (in particolare, par.148-164). E’, questo, uno sguardo rivolto al futuro, che coinvolge tutti e sul quale un po' tutti si stanno interrogando, e che quindi contribuisce alla riflessione globale.
La preoccupazione maggiore di Papa Leone XIV è comprensibilmente rivolta ai rischi dell'impatto dell'intelligenza artificiale in termini di innanzitutto di possibile disoccupazione.
Solo dieci anni fa, nei saggi sull'argomento, si ragionava di scenari in cui nessun aspetto della digitalizzazione avrebbe potuto cambiare sostanzialmente i modi fondamentali con cui il mercato del lavoro si evolve con la tecnologia. Si riteneva che l’AI fosse un altro passo avanti nell'automazione e nella robotica. In realtà ci siamo accorti invece che lo straordinario sviluppo dell’AI ha in parte ribaltato le criticità. Infatti, a differenza delle precedenti ondate di informatizzazione, questa volta i posti di lavoro maggiormente qualificati saranno i più esposti e quindi sarà probabilmente il ceto medio a vedere distrutti i propri lavori: banche, assicurazioni, studi professionali, impiegati, medici, avvocati, architetti giornalisti, grafici, ecc., saranno sempre più sostituiti da sistemi sempre più sofisticati di IA. Paradossalmente dagli studi sul tema si evince che avranno maggiori capacità di resistenza i lavori considerati meno qualificati, come quelli di cura, di servizi alle persone, che peraltro lasciamo volentieri ai migranti.
Si tratta di problemi epocali; giustamente l'enciclica sottolinea come i tradizionali strumenti di tutela non bastano più da soli di fronte alle trasformazioni portate dall’ IA alla nuova organizzazione dei mercati e alla competitività, che raramente si preoccupa della sostenibilità sociale (par.155).

5.Qui l'Enciclica, al di là di pur alte enunciazioni di principio, trova la sua parte di progettualità “forte”, con le proposte elencate nel paragrafo 156: governare di anticipo la trasformazione, fissare criteri sociali per l'innovazione, come, ad esempio, accompagnare ogni introduzione di automazione e di IA da scelte verificabili di tutela dell'occupazione, di riqualificazione e di partecipazione dei lavoratori, rendendo accessibili a tutti la formazione continua. Per fronteggiare simili problemi non è più possibile affidarsi alla “mano invisibile del mercato” (par.163), ma è lo Stato che ha il dovere di sostenere l'attività delle imprese creando condizioni favorevoli all'occupazione.
Ma per attuare tutto questo l'enciclica afferma una grande verità, purtroppo di questi tempi non sempre praticata, laddove sostiene che “in una stagione di profonde trasformazioni tecnologiche occorre una creatività politica a favore del lavoro” (par.168).
Come è accaduto con la Laborem exercens, anche la Magnifica Humanitas potrebbe su questi punti esporsi comunque a obiezioni di un certo suo carattere di unilateralità di vedute, di fronte ai continui e forti richiami “economicisti” verso la necessità di una sempre maggiore diffusione dell’IA, per non restare schiacciati nella morsa tra gli Stati Uniti e la Cina. Da ultimo, questi concetti sono stati ribaditi nella relazione del governatore della Banca d'Italia, che ha evidenziato il forte ritardo dell'Italia nell'utilizzo dell'intelligenza artificiale; ritardo che innesca un circolo vizioso: un sistema produttivo poco innovativo che genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi ad investire in istruzione; la carenza di competenze rende a sua volta difficile adottare nuove tecnologie. Inoltre, sempre in questa direzione, vi sono le esortazioni contenute nel documento “Il futuro della competitività europea”, di Mario Draghi, nel quale si osserva che l'Europa ha perso ampiamente la rivoluzione digitale e gli aumenti di produttività che essa ha portato. Pertanto, si esorta ad accelerare l'innovazione per colmare il divario con Stati Uniti e Cina, auspicando l'integrazione dell’AI verticale nell'industria europea, come fattore decisivo per sbloccare una maggiore produttività, soprattutto in settori quali il farmaceutico, l’automobilistico, il trasporto merci e l'energia.

6. Le due visioni sopra esposte possono però trovare un punto importante di congiunzione sul terreno della formazione e riqualificazione della forza lavoro che subirà questo impatto. Sappiamo come questi auspici siano rimasti troppe volte lettera morta, oppure perseguiti con scarsa efficienza e molta burocrazia. Per questo è necessaria quella che Papa Leone chiama una “creatività politica a favore del lavoro” (par.168).
Su questo piano, vi è una felice consonanza tra le proposte dell’enciclica sul punto e quelle che troviamo nel suddetto Rapporto Draghi, sulla necessità di fornire ai lavoratori più esposti competenze e formazione adeguate all’utilizzo dell’IA, contribuendo a rendere così i benefici dell’IA più inclusivi. Se è sicuro che l’accesso al supporto dell’ IA aumenta la produttività di tutti i lavoratori, tuttavia è proprio il personale meno esperto e poco qualificato che potrebbe beneficiarne di più. Pertanto, è pur vero che l'Europa dovrebbe sforzarsi di uguagliare gli Stati Uniti in termini di potenziale innovativo, ma potrebbe comunque differenziarsi in questo percorso, coerentemente con la sua tradizione culturale, puntando a superare i suoi competitor nell'offerta di opportunità di istruzione e di apprendimento permanente, assicurando così che i vantaggi dell’intelligenza artificiale siano ampiamente condivisi e che qualsiasi impatto negativo sull'inclusione sociale sia ridotto al minimo. Bisognerà pur sempre imparare a guidare o pilotare questa macchina velocissima.
Dovendosi escludere la praticabilità di altre soluzioni, quale quella di restrizioni unilaterali dell’impiego dell’IA per proteggere posti o quelle di atteggiarsi a novelli luddisti (anche se già c’è chi invoca un altro ‘68 contro l’AI), è difficile trovare altre strade, oltre quella di una formazione continua e ovviamente adeguata a questa nuova tecnologia.

7. Proprio la creatività politica auspicata da Papa Leone dovrebbe quindi indurre ad elaborare tecniche di tutela innovative, che, da un lato, non scoraggino, con rigidità normative, la diffusione dei processi produttivi; ma, dall'altro lato, predispongano una rete di protezione formativa specifica per il lavoratore sostituito dall'intelligenza artificiale.
Un esempio: una recente sentenza del Tribunale di Roma (19 novembre 2025, n.9135), ha ritenuto giustificato il licenziamento per motivo oggettivo di un lavoratore con mansioni di grafico in quanto il datore di lavoro aveva soppresso la posizione assegnando le sue mansioni ad un altro dipendente già in servizio che le avrebbe “delegate” all'intelligenza artificiale, che consentiva un livello più alto di qualità con minor tempo. Il giudice ha poi condotto la solita indagine sul repechage e, non trovando altre mansioni a cui era possibile adibire quel lavoratore, ha dichiarato legittimo il licenziamento. Ed è tutto corretto, in quanto sussiste la soppressione del posto. Qui si vede bene come a subire l’impatto forte dell’IA saranno innanzitutto le mansioni medio-alte impiegatizie che non comportino compiti di direzione e controllo di altri lavoratori.
In queste situazioni occorrerebbe intervenire a livello normativo facendo appunto uno sforzo di creatività. Un'idea potrebbe essere quella di ampliare la portata dell’art. 2103, comma 3, cod. civ., disposizione ancora troppo poco utilizzata, oppure di introdurre una norma che, solo nel caso in cui il licenziamento sia motivato specificamente dalla sostituzione delle mansioni del lavoratore con l'intelligenza artificiale, esclusivamente per questa specifica ipotesi (con espresso divieto di interpretazioni analogiche o estensive), ampli o comunque adotti un concetto di repêchage innovativo, che consenta un percorso formativo a favore di quel lavoratore, specificamente dedicato all’uso dell'intelligenza artificiale, con costi a carico dello Stato, magari in sostituzione di una Naspi erogata in modo assistenziale senza alcuna finalità. In questo caso l'intervento normativo sì farebbe preferire rispetto ad una eventuale supplenza giudiziaria, di cui, in materia di repechage, abbiamo purtroppo degli esempi negativi che generano incertezza e soggettivismo giudiziario.

8. In relazione a questa sfida più difficile, consistente nel dotare i potenziali esclusi dal mercato del lavoro di conoscenza adeguate per essere di nuovo “competitivi”, vanno sottolineate le forti preoccupazioni, quasi di ordine antropologico, manifestate dall’enciclica, sui pericoli che l’AI possa generare in termini di pigrizia, di regressione cognitiva e di una possibile atrofia del nostro pensiero critico, mai visti prima (par.139-147 e par.170).
Ed infatti il Papa del ventunesimo secolo cita addirittura Platone (par.140), il quale, molto prima di Hegel, aveva ben messo in luce la “fatica del concetto”, sostenendo che le cose più profonde e importanti si imparano solo dopo molto tempo e molta fatica, con l’impegno nella discussione, della riflessione, della sintesi, finché non arriva quel momento in cui sentiamo qualche cosa che è diventato veramente nostro. Si diceva una volta a scuola, finché non lo hai “digerito”.
Alcuni sostengono che già era successo tutto, fin dall'inizio e durante tutte le altre grandi innovazioni della storia. E citano ancora Platone, nel famoso passo del Fedro, in cui si racconta l’apologo del Dio Theuth, inventore dei numeri e delle lettere dell’alfabeto e che esortò il re dell’alto Egitto, Thamus, a diffondere presso il suo popolo le sue invenzioni; ma il re, dopo aver apprezzato le altre innovazioni, quando si trattò di decidere se diffondere la scrittura, manifestò tutta la sua contrarietà; Platone gli fa dire che “ingegnerà l'oblio nelle anime di chi la imparerà; gli uomini cesseranno di esercitare la memoria perché, fidandosi dello scritto, richiameranno le cose alla mente non più dall'interno di se stessi ma dal di fuori, attraverso segni estranei; ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria, ma per richiamare alla mente; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti”.
Sappiamo che i potenziamenti della tecnologia comportano sempre perdite. È tutto da vedere questa volta se il saldo sarà positivo. Infatti, il Papa ne è consapevole e propone di educare alla continenza nell’uso dell’AI, usando il verbo “digiunare”. Il richiamo forte è anche all’uso e abuso dei social, soprattutto da parte dei giovani, che genera dipendenza nei confronti delle forme di svago il più delle volte di misero livello, con conseguenti danni psico-antropologici già studiati e che hanno indotto alcuni paesi, ancora troppo pochi, a correre ai ripari vietandone l’uso fino a una certa età, non potendo costringere gli adulti a dare il buon esempio. È proprio su questo aspetto, sulla pavidità della politica e del legislatore, di porre dei limiti a questa esposizione, che le future generazioni ci giudicheranno per i danni irreversibili che rischiamo di contribuire a determinare, in nome di un concetto di libertà totalmente fuorviante, quando non interessato, come lo era il concetto ottocentesco di libertà e di uguaglianza formale dei contraenti nel rapporto di lavoro subordinato. Infatti, il Papa esorta a interventi legislativi che fissino minimi di età e che responsabilizzino i fornitori dei servizi (par. 142). Questo è forse uno dei messaggi più coraggiosi di questa enciclica e chissà che non costituisca una spinta alla presa di coscienza dei legislatori per salvare le nuove generazioni.
La speranza, dunque, è che, su queste esortazioni, si avveri la previsione formulata dal filosofo cattolico Taylor, quando sostiene che il cristianesimo è stato già ospitato da diverse culture e continua a vivere in altre. La modernità (ma ora la post-modernità) è una di queste che attende, come quelle che l'hanno preceduta, di essere fecondata dal di dentro (C.Taylor, L’età secolare, Milano, 2007).

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