testo integrale con note e bibliografia
1. Sin dalla scelta del nome, Leone XIV ha richiamato esplicitamente il proprio omonimo predecessore, autore della Rerum Novarum, l’enciclica con cui la Chiesa si confrontò con la grande questione sociale del suo tempo, quella operaia. Robert Prevost ha istituito un parallelo tra quella stagione storica e l’attuale cambiamento d’epoca determinato dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale, destinata a incidere profondamente anche sul lavoro umano, evidenziando così l’esigenza di una rinnovata riflessione ecclesiale sulle trasformazioni in atto .
Non sorprende, pertanto, che numerosi osservatori abbiano ipotizzato che la prima enciclica del nuovo Pontefice sarebbe stata dedicata alle conseguenze dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro e sui rapporti di lavoro . Tale aspettativa è stata ulteriormente alimentata dalla circostanza che il documento rechi la data del 15 maggio 2026, anniversario della promulgazione della Rerum Novarum. E, in effetti, i richiami a quest'ultima sono frequenti lungo tutto il testo.
Tuttavia, MH è molto più che un testo sui rapporti tra IA e lavoro. L’enciclica, infatti, non si presenta anzitutto come un documento sul lavoro nell’era dell'intelligenza artificiale, bensì come una riflessione di carattere eminentemente antropologico sull’identità della persona umana nel contesto dell’attuale sviluppo scientifico e tecnologico . Le pagine dedicate specificamente al lavoro occupano, del resto, una porzione quantitativamente limitata del testo (17 paragrafi su 245, salvo ulteriori richiami disseminati in altre sezioni). Esse si collocano all’interno del quarto capitolo, che affronta anche temi quali il rapporto tra verità e democrazia, l’educazione, la condizione giovanile e le diverse forme di dipendenza.
Sotto il profilo sistematico, il nucleo teorico dell’enciclica sembra piuttosto concentrarsi nel terzo capitolo, dedicato alla “grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA”, mentre la prospettiva conclusiva emerge nel quinto capitolo, imperniato sull’alternativa tra “cultura della potenza” e “civiltà dell’amore”.
Ciò non significa che le pagine dedicate al lavoro rivestano un ruolo marginale. Al contrario, come la dottrina ha immediatamente rilevato, esse contengono indicazioni di notevole interesse e meritevoli di ulteriore approfondimento . La densità dei temi affrontati impone tuttavia, in questa sede, di limitarsi ad alcune considerazioni essenziali.
2. Leone XIV colloca esplicitamente MH nell’alveo della Dottrina sociale della Chiesa e ne rivendica la continuità con il Magistero dei predecessori . Tale continuità trova conferma nella riproposizione, nel secondo capitolo, dei “fondamenti e principi” elaborati nel corso dei secoli, ai quali il Pontefice costantemente si richiama nell’affrontare le questioni via via esaminate nel testo.
La continuità, tuttavia, non è incompatibile con lo sviluppo del deposito della Tradizione , anche in risposta alle sollecitazioni provenienti dalla storia. Di più, alla luce del progresso degli studi teologici, sono ammissibili modifiche del Magistero ordinario che non investano contenuti dogmatici o da tenersi come definitivi . Già si discute, ad esempio, se le affermazioni di MH in tema di “guerra giusta” rappresentino una variazione dell’insegnamento della Chiesa o piuttosto un suo aggiornamento alle circostanze contemporanee . Non sembra invece che i paragrafi dedicati al lavoro umano si pongano in discontinuità rispetto al precedente Magistero pontificio .
Per i fedeli cattolici, l’enciclica costituisce un atto dottrinale di particolare rilievo, sia per l’ampiezza dei destinatari, che normalmente comprendono l’intero popolo di Dio, sia per la rilevanza delle questioni trattate. Essa richiede pertanto l’assenso dei fedeli, sebbene l’intensità di tale assenso vari in relazione al carattere dogmatico o definitivo, o meno, delle singole proposizioni . Ciò non esclude che sia lecito dissentire da affermazioni che non attengano a verità di fede o di morale, ovvero quando l’autorità intenda esprimersi semplicemente quale doctor privatus. Inoltre, come dispone il can. 212 § 3 del Codex Iuris Canonici, “In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, [i fedeli laici] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità delle persone”.
Tale disposizione si presta particolarmente ad essere applicata agli interventi di Dottrina sociale della Chiesa. Ciò, da un lato, in ragione della sua “natura interdisciplinare”, che induce la Chiesa, nel formulare giudizi sulle realtà temporali e nell’offrire criteri di razionalità pratica, ad avvalersi dei contributi delle discipline scientifiche , campo privilegiato dell’impegno dei laici. Dall’altro, perché l’attuazione concreta di tale Dottrina è in larga misura affidata agli stessi laici, protagonisti della vita familiare, delle comunità intermedie, delle istituzioni statali e delle organizzazioni internazionali .
Non sarebbe però corretto confinare la Dottrina sociale della Chiesa entro una dimensione meramente confessionale. Chiunque può infatti confrontarsi con essa, anche senza aderire ai dogmi della fede cristiana, poiché la sua argomentazione è razionale e il suo giudizio prende le mosse dall’osservazione della realtà . Per questa ragione, almeno a partire dalla Pacem in Terris di Giovanni XXIII, le encicliche sociali — inclusa MH — si rivolgono, oltre che al popolo di Dio, anche a “tutti gli uomini di buona volontà”, vale a dire a quanti ricercano sinceramente beni fondamentali quali la verità, la giustizia e la pace .
Sul piano empirico, si può osservare come le encicliche sociali siano effettivamente capaci di attivare dinamiche di dialogo con la Chiesa cattolica. Lo conferma, da ultimo, l’accoglienza positiva, o comunque attenta e interessata, riservata a MH da istituzioni civili e personalità pubbliche non necessariamente cattoliche. Ancor prima, lo dimostra il coinvolgimento, nella fase preparatoria del documento, di consulenti selezionati indipendentemente dalla loro appartenenza confessionale .
3. I documenti di Dottrina sociale, come MH, appartengono all’ambito della teologia morale e, pertanto, non possono essere intesi come un “prontuario” di soluzioni tecniche ai problemi sociali . Essi interpretano la realtà alla luce delle fonti della Rivelazione — la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione ecclesiastica — al fine di offrire criteri di razionalità pratica. La Rivelazione, infatti, non riguarda soltanto il rapporto tra Dio e l’uomo, ma anche le relazioni tra gli esseri umani, la cui regula aurea è la caritas. La specificità di tali fonti tuttavia, come visto, non preclude la possibilità di un confronto sul piano razionale e, dunque, propriamente “laico”.
Meritano ora di essere richiamati alcuni passaggi di MH dedicati al lavoro, particolarmente significativi sia per l’enfasi loro attribuita dall’Autore, sia per la rilevanza delle questioni affrontate .
3.1. Uno dei messaggi centrali dell’enciclica è di carattere morale ed è interessante osservare come venga riferito, almeno per analogia, anche al lavoro umano. Esso è affidato a due “icone bibliche”, indicate dal Pontefice come proposta e provocazione integrale di vita. Leone XIV osserva che ogni persona si trova dinanzi a una scelta fondamentale, a una duplice, per così dire, offerta di lavoro: collaborare alla costruzione della Torre di Babele (Gn 11,1-9) oppure alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme (Ne 2-6) .
Il primo progetto, tuttavia, “nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione”. In tal modo, apparentemente in via paradossale, “la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più”. Occorre dunque evitare la “sindrome di Babele”, che si manifesta nell’“idolatria del profitto che sacrifica i deboli, [nell’]uniformità che appiattisce le differenze, [nella] pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni”. Babele diviene così il simbolo di una volontà di potenza che espelle dall’orizzonte stesso della discussione il problema della giustizia sociale, sino a renderlo irrilevante o addirittura impensabile.
Per contro, “Neemia ascolta il grido di una città ferita, porta quel dolore nella preghiera, discerne davanti a Dio, chiede aiuto, ottiene il permesso di partire, organizza il lavoro, affronta resistenze interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme”. L’immagine diviene così un invito a essere, “nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto”. Il profeta simboleggia, in questa prospettiva, un’umanità operosa che ricerca e persegue il bene comune.
3.2. Un secondo messaggio di MH, di straordinaria rilevanza e attualità, riguarda il carattere essenziale del lavoro umano. In continuità con la Tradizione, Leone XIV ne individua il fondamento sul piano ontologico. L’ineliminabilità del lavoro non si presenta anzitutto come un monito rivolto al decisore pubblico, ma discende dall’identità stessa dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio. Sebbene sia ancora diffusa l’idea che la Scrittura concepisca il lavoro come una punizione conseguente al peccato e, dunque, come una sofferenza dalla quale sarebbe auspicabile liberarsi, il testo biblico — e con esso l’intera Tradizione cattolica — qualifica la stessa attività creatrice di Dio come un “lavoro”. La chiamata dell’uomo al lavoro precede il peccato originale ed è contenuta nel comando di “soggiogare” la terra . Non a caso, il Concilio Vaticano II descrive il lavoro come un “prolungamento dell’opera della Creazione” . È piuttosto la fatica che lo accompagna a costituire una delle conseguenze del rifiuto dell’obbedienza al Creatore.
Questa connessione costitutiva tra lavoro e dignità della persona non può essere cancellata dalla tecnologia, per quanto sofisticata. Infatti, “il lavoro non è un semplice strumento, ma esprime e accresce la dignità della nostra vita. È un’esigenza inscritta nella condizione umana, un cammino ordinario verso la maturità, lo sviluppo e la realizzazione personale. In quest’ottica, gli aiuti economici ai poveri restano talvolta necessari nelle emergenze, ma non possono diventare l’unica risposta, perché l’obiettivo è mettere ciascuno nelle condizioni di vivere dignitosamente attraverso il proprio lavoro” (n. 149). Il Pontefice ribadisce così il principio dell’incompatibilità con il bene comune di politiche assistenzialistiche che mortifichino l’operosità umana. La disoccupazione costituisce infatti un “male grave”, persino una “calamità sociale”, non soltanto per le sue conseguenze economiche sui singoli e sulle famiglie. Come osserva l’enciclica, “i problemi legati al lavoro non riguardano solo il reddito necessario alla sopravvivenza delle famiglie. Una società che garantisse lavoro solo a una piccola parte della popolazione esporrebbe molti a una condizione di inattività forzata, di assenza di responsabilità, di mancanza di impegni e stimoli quotidiani, con esiti di impoverimento umano e culturale in contrasto con l’elevato livello di sviluppo tecnico. Ci troveremmo di fronte a un paradosso di progresso materiale e regressione antropologica, in cui verrebbero meno le condizioni per una pace sociale giusta e stabile” (n. 154).
Ciò non implica, peraltro, la difesa ad oltranza di occupazioni improduttive o insostenibili, né il rifiuto del progresso tecnologico . Al contrario, “È certo auspicabile che la tecnologia sollevi l’uomo da lavori particolarmente gravosi, ripetitivi o pericolosi e che offra un sostegno intelligente all’attività umana, ma la regola generale deve restare la tutela dei posti di lavoro e del ruolo insostituibile della persona. L’obiettivo di maggiori profitti non può giustificare scelte che sacrificano sistematicamente l’occupazione, perché la persona umana è fine e non mezzo, e l’ordine economico deve rimanere sottoposto alla sua dignità e al bene comune” (n. 152).
Alla luce di tale principio può essere interpretato anche l’ulteriore passaggio secondo cui, “in quelle parti del mondo in cui il lavoro tende a ridursi o a mutare radicalmente, per effetto di processi tecnologici e organizzativi che sfuggono al controllo democratico, è necessario ripensare il lavoro stesso e il suo rapporto con la cittadinanza, perché l’assenza di occupazione non pregiudichi la partecipazione sociale” (n. 154). Per la Dottrina sociale della Chiesa, il rapporto tra lavoro e cittadinanza non può dunque essere inteso come una mera sostituzione tra reddito e lavoro. Si tratta, piuttosto, di elaborare strumenti adeguati di governo della transizione, capaci di scongiurare l’esclusione sociale. È proprio il caso di dire, con il Poeta, hoc opus, hic labor est.
3.3. Pur non spettando alla Dottrina sociale indicare soluzioni normative od organizzative a questioni di tale rilievo, essa propone criteri orientativi ispirati ai propri principi fondamentali: “Le soluzioni, pertanto, devono essere trovate a livello nazionale e locale, coinvolgendo le comunità intermedie. Servono strumenti capaci di adattamento: modelli articolati, sperimentazioni locali, redistribuzioni progressive, nuovi diritti di accesso ai beni essenziali. Senza inseguire un’armonia astratta, si tratta di costruire forme concrete di convivenza umana nella trasformazione” (n. 153).
I giuristi potrebbero tradurre questi orientamenti per mezzo degli istituti di partecipazione sindacale e del dialogo sociale, nonché dei principi di tempestività e anticipazione nelle fasi di transizione (“non basta reagire quando i posti scompaiono, ma occorre governare in anticipo la trasformazione”: n. 156). MH appare poi in linea con i ripetuti richiami della dottrina giuridica al legislatore affinché le innovazioni regolative siano precedute da fasi sperimentali e accompagnate da un monitoraggio che coinvolga sia la dimensione pubblica sia quella privata, ormai non più limitata alle sole organizzazioni dei lavoratori. La complessità del sistema richiede infatti un’interazione più ampia: “È necessario un nuovo sforzo convergente di responsabili politici, organizzazioni dei lavoratori, mondo imprenditoriale e comunità scientifica per elaborare in tempi rapidi regole e tutele adeguate e condivise, anche a livello internazionale” (n. 155).
Servono d’altro canto “scelte coraggiose”, senza le quali “si profilano più povertà e più disuguaglianze, con una moltitudine di esclusi circondati da macchine e sistemi automatizzati che hanno preso il loro posto” (ibidem) . Sul piano normativo, una scelta realmente coraggiosa dovrebbe rafforzare la transizione partecipata: “ogni introduzione di automazione e di IA dovrebbe essere accompagnata da scelte verificabili di tutela dell’occupazione, di riqualificazione e di partecipazione dei lavoratori, perché la tecnologia sia orientata a liberare tempo e capacità umane, non a produrre esclusione” (n. 156). Gli strumenti di partecipazione potrebbero altresì disciplinare opportunamente “formazione continua e passaggi professionali, senza scaricare sui singoli l’intero costo dell’adattamento alle trasformazioni”. Né dovranno essere trascurati gli strumenti di soft law e di responsabilità sociale d’impresa, adottando tra gli indicatori di successo “la qualità e la dignità del lavoro” (ibidem).
