testo integrale con note e bibliografia
In continuità con la Laudato si' di Papa Francesco, tutta centrata sull'idea della Terra come casa comune da rispettare, custodire e condividere; Leone XIV interviene con la sua prima enciclica sociale, “Magnifica Humanitas”, dedicata alla «custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale». Posto consapevolmente nel solco della “Rerum Novarum”, il documento si propone di gettare luce su una strada che oggi appare oscura e difficile da percorrere: l'irruzione dell'IA nelle nostre vite e, in ultima analisi, l'esortazione rivolta alla società umana a non erodere le proprie stesse basi fondative. Significativamente, è la stessa enciclica a individuare il punto di partenza nella situazione di dominio in cui siamo immersi, quella che oggi si usa chiamare l'egemonia della narrazione sull'intelligenza artificiale, saldamente nelle mani delle Big Tech, riconoscendo che dietro questa forza apparentemente impersonale vi è in realtà «una manciata di aziende». Bisogna anzitutto prendere atto che esse detengono i mezzi materiali di produzione dell’intelligenza artificiale e che la concentrazione è di un ordine di grandezza tale da rendere asimmetrico qualunque dibattito: nel 2025 il solo investimento privato statunitense in IA ha raggiunto circa 285,9 miliardi di dollari, oltre ventitré volte i 12,4 miliardi investiti in Cina, mentre a livello globale le operazioni legate all'IA sono arrivate a rappresentare il 51% del valore complessivo del venture capital, contro il 26% del 2023. A ciò si aggiunge uno spostamento strutturale del baricentro della ricerca verso l'impresa a scapito dello Stato, con la conseguenza che per la prima volta nella Storia un’innovazione così impattante è nelle mani di un ristretto oligopolio di soggetti privati, in grado di vendere tecnologie indispensabili allo svolgimento di funzioni pubbliche. Le Big Tech diventando dominus, dall’organizzazione del welfare all’erogazione dell’energia per imprese e famiglie.
Il secondo aspetto, più sottile e più compiuto, è nella capacità di creare cornici di senso capaci di indirizzare il formarsi di opinioni in materia. La stessa categoria di “intelligenza artificiale” risulta essere un’abile operazione di marketing, risalente al 1956, che finisce con il presentare l'automazione integrale in continuità con lo sviluppo umano e come compimento di un destino, anziché come una fra molte direzioni possibili. Come ben evidenzia “Magnifica Humanitas”, da rivedere sarebbe la stessa classificazione di questa tecnologia nel campo dell’“intelligenza”, dimensione non riducibile alla capacità di calcolo. Si finge di non sapere che la mente è sempre incarnata e pensare non è un'operazione astratta, ma un atto corporeo, situato, immerso nel mondo. Esercitare intelligenza è espressione di un atto di volontà, cercare di dirigersi da qualche parte, esprimere intenzionalità. L’intelligenza artificiale è molto lontana dall’intenzionalità, è una tecnologia compiacente e conformista, che si propone unicamente di confermare ciò in cui chi la usa crede e si riconosce. Il filosofo Maurizio Ferraris paventa il rischio che l’AI renda possibile e auspicabile su grande scala un’inversione del noto racconto di Pinocchio: non è più il burattino a voler diventare bambino, ma l'umano ad aspirare a farsi macchina efficiente, immortale e indolore. Emerge il pericolo della delega integrale, ben evidenziato dall’enciclica: smettere di pensare, consegnando alla macchina lo svolgimento di molte delle attività di cui ogni mansione è composta. L’autonomia, ingrediente fondamentale della qualità lavorativa, può venire, così, obliterata, con il pericolo di un ingrigimento del lavoro e del conseguente rinsecchimento della professionalità, carattere fondamentale per dare senso a ciò che si fa. L’occupabilità in un mercato del lavoro sempre più flessibile, anche per scelta degli stessi lavoratori, passa proprio dal riconoscimento e dal consolidamento delle proprie competenze, dalla capacità di adattarle criticamente ai diversi contesti e dall’abilità di sapere stare nel flusso del cambiamento.
Dobbiamo, dunque, respingere in toto l’AI? L’enciclica non sostiene affatto le teorie apocalittiche in materia, oggi molto radicate nel nostro paese, da sempre diffidente riguardo a ogni svolta tecnologica. Papa Leone XIV auspicando la necessità di “disarmare l’intelligenza artificiale” si è riferito all’uso distorto e anti – umano che se ne può fare e se ne fa, come dimostrano i tanti droni assassini sparsi sui teatri di guerra. Anzi, l’esortazione è di non fermarsi alla sola etica, ma operare per darsi regole adeguate. Verrebbe da dire non solo attraverso le leggi, ma sviluppando il potenziale sartoriale della contrattazione collettiva, capace di normare con specifiche soluzioni condivise dalle parti sociali situazioni che possono essere molto diverse tra loro. È attraverso questo strumento che si evita di utilizzare l’AI per favorire la disintermediazione (preoccupazione presente anche nell’enciclica), per sviluppare un utilizzo dell’intelligenza artificiale umanocentrico, che parta dall'expertise umana, situata, giudicante, irriducibile al calcolo, valorizzandola anziché ponendosi l’obiettivo di surrogarla. Serve ragionare sull’affermazione di una pro-worker AI, che potrebbe e dovrebbe essere parte del patto sociale che da tempo la CISL auspica, nella cornice più ampia di una vera politica industriale e di una specifica misura che, nel solco di Industria 4.0 e 5.0, preveda incentivi pubblici mirati per radicarla nel nostro sistema produttivo, caratterizzato da una dimensione di artigianalità non vicariabile dalla tecnologia (il made in Italy).
Un secondo elemento per un utilizzo dell’AI funzionale alla crescita umana è la formazione. Se l'intelligenza artificiale possa rivelarsi una tecnologia che valorizza il lavoro anziché dequalificarlo non dipende tanto dalla tecnologia in sé, ma dalla capacità dei lavoratori di acquisire le competenze nuove che il suo impiego richiede. Senza un investimento massiccio e diffuso nella formazione, l'AI scivola quasi naturalmente verso la sostituzione del sapere fare, perché in assenza di competenze da valorizzare resta soltanto la convenienza a sostituire. Per questa ragione un grande piano di formazione non è un accompagnamento facoltativo all'introduzione dell'IA, ma il suo presupposto: è ciò che consente di indirizzare la transizione verso la creazione di lavoro nuovo e più ricco, anziché verso il livellamento al ribasso. È anche, va detto, un terreno su cui la rappresentanza dei lavoratori può esercitare una voce reale nella direzione del cambiamento tecnologico, anziché subirne gli esiti.
Su questo fronte l'Italia sconta un ritardo strutturale e ormai conclamato. Nell'indice DESI della Commissione europea il Paese si colloca tra le ultime posizioni dell'Unione sul fronte del capitale umano digitale: secondo il rapporto ISTAT del maggio 2025 solo il 45,8% dei cittadini tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali almeno di base, contro una media UE del 55,5%, mentre l'obiettivo europeo fissa all'80% la quota da raggiungere entro il 2030, un traguardo al quale, negli ultimi due anni, l'Italia non si è avvicinata in misura significativa. Il dato si aggrava se si guarda alle competenze avanzate, possedute da appena il 22% della popolazione in età lavorativa, e alle profonde fratture interne: nel Mezzogiorno la quota di adulti con competenze digitali di base si ferma intorno al 36%, contro poco più del 50% nel Centro-Nord. Il rischio è che il Paese affronti l'irruzione dell'IA con la stessa impreparazione formativa con cui ha attraversato le precedenti ondate di digitalizzazione, una ragione della bassa dinamica di crescita della produttività in Italia.
Infine, l’irruzione dell’AI nel lavoro si affronta solo con la partecipazione, aspetto a cui anche l’enciclica si riferisce. Il punto, già emerso, è che la medesima tecnologia può assumere segni opposti a seconda dell'intenzione con cui viene progettata e impiegata: lo stesso strumento può sostenere l'autonomia e l'autoefficacia di chi lavora oppure, con modifiche minime, trasformarsi in dispositivo di solo monitoraggio e controllo. Questa biforcazione non è scritta nella tecnica: dipende da chi decide, e su quali obiettivi. È precisamente qui che la partecipazione diventa strategica. Senza meccanismi strutturati di informazione, consultazione e coinvolgimento, l'introduzione dell'IA nei luoghi di lavoro resta un fatto unilaterale, calato dall'alto, che i lavoratori possono soltanto subire, davanti al quale rischiano di venire travolti. Viceversa, è necessario far rientrare nel perimetro di una corresponsabilità negoziata temi quali il design di adozione, quali compiti automatizzare, quali competenze valorizzare, quali dati raccogliere e con quali limiti, come riprogettare le mansioni, come organizzare il presidio dei rischi di monitoraggio algoritmico, come ridistribuire i guadagni di produttività. La partecipazione è insomma il luogo in cui la voce dei lavoratori può incidere sulla direzione del cambiamento tecnologico, anziché limitarsi a contabilizzarne gli effetti a posteriori. Serve un sindacato non di sola denuncia, ma che sappia entrare nel merito, dire la sua, stare nel decision making.
La legge 76/2025 offre oggi un appiglio giuridico prima inesistente; ma è bene tenere aperta la tensione tra la norma e la sua effettività. Il suo valore, per il governo della transizione digitale, non sta nel testo in sé, bensì nella capacità della contrattazione di riempirne le forme di contenuti concreti. La posta in gioco non risiede solo nel lavoro, ma riguarda prima di tutto la custodia di quella «magnifica umanità» che nessuna macchina potrà mai imitare: la dignità della persona che lavora, irriducibile a un fascio di dati. Tenere insieme il l’AI con l’irriducibile e straripante umanità di ciascuno di noi è il compito che la dottrina sociale ci consegna e che la storia ci chiede. La tecnologia decide poco da sola. Siamo noi a decidere: se lasciarci travolgere oppure attraversare questa stagione da protagonisti.
