testo integrale con note e bibliografia
1. Scrivere sulla prima Enciclica di Papa Leone XIV è un esercizio che in questa fase non può che ridursi ad una raccolta di appunti. Per questo, e per la carenza nella sottoscritta delle conoscenze teologiche e scientifiche che sarebbero necessarie per una vera e propria analisi, le note che seguono, sollecitate dal prof. Tiziano Treu, non hanno altra pretesa che quella di esporre ad alta voce la prima lettura dell’Enciclica stessa da parte di una giuslavorista.
L’accompagnamento del lettore all’interno del tema (è questa la prospettiva che si assume in questo breve commento, non quella del fedele che cerca tra le pagine scritte dal Santo Padre frammenti del Verbo) è un cammino non solo utilissimo a collocare l’impostazione di Leone XIV nella costellazione delle encicliche adottate dai suoi predecessori, ma anche a predisporre il pensiero e l’anima al significato che il tema assume nella contemporaneità e potrà svolgere, dunque, sul piano pastorale. La potenza della rivoluzione tecnologica, e l’ultimo, stravolgente, passaggio che si compie con l’intelligenza artificiale vengono percepiti, grazie al percorso descritto, come snodi epocali, paragonabili alle grandi questioni sociali che mossero all’intervento della Rerum Novarum. Per questo la risposta, e la proposta, del Pontefice affronta direttamente la sfida delle trasformazioni in atto, che rischiano di toccare l’umanità stessa.
Nella breve analisi che segue prenderò in considerazione tre punti che ho selezionato come simbolicamente rilevanti: smascherare le nuove schiavitù che si celano dietro l’intelligenza artificiale; denunciare le nuove forme di colonialismo generate dal possesso dei dati; e, infine, proporre la più radicale critica al neoliberismo avanzata negli ultimi anni, andando al cuore della separazione della dimensione dell’efficienza da quella della redistribuzione.
Non meno importanti sono per la verità altri aspetti trattati dalla Magnifica Humanitas, come l’attenzione per la dimensione di genere, che sembra quasi rispondere al bisogno di “un Dio delle donne” , l’impatto delle tecnologie sull’occupazione (per la verità da tempo oggetto di analisi nell’economia del lavoro ), nonché, infine, la chiamata alle armi degli intellettuali, che vengono sollecitati ad assumersi appieno la responsabilità della ricerca e dell’educazione delle giovani generazioni. Sono tuttavia, questi, aspetti importanti ma a mio avviso non pienamente caratterizzanti il messaggio e l’impostazione di Papa Leone.
Prima di procedere nel commento dei tre punti summenzionati è utile rimarcare che l’Enciclica indulge non a caso nel richiamo ad una precisa cornice politico-culturale, la quale, lungi dal rappresentare un generico appello alla necessità di regolazione della tecnica per mano dell’umano, esplicita l’opzione del Pontefice. La questione del rapporto tra umanità e tecnica viene presentata ancorandosi – sul piano giuridico – alla teoria dei diritti umani, che trova nella Dichiarazione Universale del 1948 il suo momento di espressione nella sfera secolarizzata. Il tema dei diritti umani viene più volte richiamato e con esso il suo momento fondativo nell’immediato dopoguerra, unitamente ad una pluralità di citazioni del pensiero di San Giovanni Paolo II.
Non devono esservi dubbi sulla collocazione della Chiesa del nuovo millennio nello spazio giuridico che è stato costruito sulle macerie dei totalitarismi della prima metà del Novecento e che ha rappresentato il principale argine alla deriva del comunismo sovietico: solo con questo posizionamento esplicito è possibile – per Leone XIV – procedere oltre e sferzare una critica radicale al “supercapitalismo” generato dai poteri privati senza controllo .
2. L’intelligenza artificiale non è né intelligente, né artificiale: partire da questa consapevolezza è essenziale per comprendere la complessità delle dinamiche sociali generate dal digitale, che non si fondano soltanto su algoritmi e processi informatici, ma anche su elementi profondamente materiali. Come osserva Kate Crawford , tali sistemi sono infatti costituiti da risorse naturali, fonti energetiche, lavoro umano, infrastrutture, reti logistiche, pratiche sociali e processi di classificazione.
Ed è importante conoscere il retroterra degli algoritmi e sapere che proprio nell’economia digitale stanno riemergendo forme di sfruttamento del lavoro che richiamano modelli considerati superati. L’Enciclica denuncia espressamente le nuove forme di schiavitù che vi si nascondono.
Già da qualche anno sono in effetti emersi fenomeni di sfruttamento nell’ambito dei sistemi di intelligenza artificiale generativa, per il cui funzionamento venivano impiegati lavoratori africani retribuiti circa due dollari l’ora con il compito di individuare ed eliminare dai dati di addestramento contenuti inappropriati o potenzialmente dannosi. In altre parole, la rilevazione di espressioni discriminatorie, di messaggi aggressivi o di riferimenti a temi particolarmente sensibili richiede ancora un intervento umano, poiché tali valutazioni non possono essere affidate esclusivamente alla macchina.
Si crea così una situazione paradossale. Laddove lo sfruttamento del lavoro rappresenta, dal punto di vista del diritto, una delle più gravi forme di lesione della dignità umana (tanto che di recente è rientrato nella sfera della repressione penale), l’esigenza di evitare che l’intelligenza artificiale produca contenuti lesivi della dignità delle persone (nella forma, ad esempio, di contenuti discriminatori) può tradursi, nella fase di sviluppo e addestramento dei sistemi, in sfruttamento lavorativo.
D’altra parte, è irrealistico pensare che la complessa infrastruttura necessaria al funzionamento dell’intelligenza artificiale possa fare a meno del contributo umano. Al contrario, il lavoro costituisce uno dei suoi elementi essenziali, insieme alle altre infrastrutture materiali che ne rendono possibile l’esistenza. Dietro i sistemi di intelligenza artificiale opera una vasta forza lavoro composta da progettisti, tecnici, operai, addetti alla logistica e numerosi lavoratori incaricati di svolgere attività che le macchine non sono ancora in grado di eseguire autonomamente.
Del resto, che dietro l’algoritmo ci sia sempre l’uomo con le sue scelte è emerso ormai da tempo anche nella giurisprudenza lavoristica, se solo si pensa alla celebre e ormai risalente sentenza sul caso Frank secondo la quale l’algoritmo è capace di discriminazione. L’intelligenza artificiale non è un sistema autosufficiente: per funzionare e offrire all’utente l’impressione di un ambiente interamente virtuale, essa dipende da una grande quantità di lavoro svolto da persone in carne ed ossa.
Ed è in questa sfera, che non riguarda un individuo astratto e isolato, ma una persona concretamente inserita nelle relazioni economiche e sociali che caratterizzano ogni comunità, che il diritto del lavoro viene direttamente interrogato dalla sfida di Papa Leone e chiamato a precise responsabilità regolative (sul punto si tornerà nel par. 4).
3. Laddove digitale e materiale si sovrappongono, emergono le “nuove schiavitù” e, proiettando queste degenerazioni sul piano dei rapporti tra i territori, le nuove forme di colonialismo. Questa è forse la parte dell’Enciclica che mostra più da vicino l’intimità del pensiero di Leone XIV con quello del suo predecessore, che è stato, come è noto, un lucidissimo censore dei rapporti di sfruttamento tra popoli e tra Stati .
Ora il rischio di un nuovo colonialismo si mostra sul versante “dematerializzato” della gestione dei dati. I rapporti di forza che si impongono nella geografia dei poteri rendono più facili da conquistare, trattare, elaborare i dati di alcuni territori. In altre parole, la “lotteria del paese di nascita” si riproduce sul piano delle informazioni.
Il ricorso al termine colonialismo non assume qui il volto della metafora, ma è il lemma prescelto per definire le nuove forme di dominio tra i popoli, alimentate dalle catene economiche e dalle infrastrutture digitali. “Interi territori, soprattutto quelli con minore rilevanza geopolitica e maggiore fragilità strutturale vengono al presente attraversati da una nuova logica di estrazione: quella di flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche e dati demografici. Sono queste le nuove «terre rare» […]”.
La critica allo strapotere che deriva dalla concentrazione delle informazioni viene così sviluppata anche nella prospettiva territoriale, che consente di inserire il problema in una dimensione globalizzata, assegnando alla Chiesa un preciso ruolo nelle strategie della giustizia tra i popoli. Molto interessante, in questa visione che nulla concede al paternalismo geopolitico, è l’insinuazione, o meglio la precisa accusa, nei confronti dei metodi utilizzati per l’estrazione di questi dati, che spesso avviene “sotto il segno dell’aiuto, della ricerca e dell’innovazione”.
La persona è dunque geograficamente collocata, ed è anche attraverso la mappatura – in senso letterale – della sua fragilità che è possibile riposizionare gli obiettivi politici di chi ha le responsabilità di governo e presidiare la dignità umana.
Questa appare per la verità la base di partenza anche per qualsiasi discorso sulla geografia del lavoro, intesa sia come leva e occasione dei grandi fenomeni migratori mondiali (che costituiscono probabilmente la sfida epocale di questo secolo, come del resto è ben chiaro anche a Papa Leone che non può evitare di affrontare in più punti il discorso) sia come terreno di partenza per lo sviluppo. Sviluppo che, nella prospettiva dell’Enciclica è ormai inteso nella sua versione più evoluta, che archivia definitivamente l’asfissia del riferimento al prodotto interno lordo (PIL) dei paesi, per abbracciare una concezione contemporanea del benessere. Si sentono gli echi della riflessione che, a partire dal nuovo millennio ha invitato a spostare l’attenzione dalla produzione economica alla vita delle persone, distinguendo tra benessere presente e sostenibilità futura e che nel nostro paese ha trovato un punto di caduta nel concetto di Benessere equo e sostenibile (BES) .
4. Si giunge quindi al punto che a mio avviso rappresenta lo snodo di maggiore impatto nell’avvertimento sui rischi di uno sviluppo non regolato delle nuove tecnologie, dove l’intelligenza artificiale diventa la metafora attraverso la quale sferzare un radicale attacco al neoliberismo.
Nella prospettiva del liberismo economico affermatasi a fine Novecento, e per la verità posta fortemente in discussione a partire dai primi anni Duemila , la separazione del piano dell’efficienza da quello della redistribuzione si è affermato come un principio base, di stampo quasi manualistico . Come in un gioco di scatole cinesi, la ricerca dell’efficienza dovrebbe dipanarsi su un piano diverso e antecedente quello della redistribuzione, il quale, attivandosi in seguito, non può a quel punto incidere sull’architettura dei poteri, dovendosi rifugiare in misure “altre”, come quelle messe a disposizione dal sistema di welfare.
Si tratta di uno schema troppo noto per esser qui approfondito e nemmeno contestato. Colpisce invece la radicalità con cui viene messo in discussione nell’Enciclica Magnifica Humanitas, secondo la quale “Sono certamente necessarie leggi giuste e strumenti di redistribuzione che correggano gli squilibri […] ma non bisogna considerare la ricerca della giustizia sociale un tema separato e successivo alla produzione della ricchezza, come se l’economia dovesse semplicemente creare valore e la politica intervenire solo dopo per distribuirlo”.
Affermando che “la giustizia riguarda tutte le fasi dell’attività economica”, la Chiesa assume un posizionamento molto preciso nel dibattito sulla politica economica contemporanea, richiedendo correzioni agli squilibri di potere già nella fase prodromica alla creazione della ricchezza, sconfessando una lunga e molto fortunata corrente di pensiero.
Torna in campo a questo punto il diritto del lavoro quale forza regolatrice non formale ma capace di rispondere a quei bisogni di giustizia che il Pontefice invoca nei momenti della progettazione della struttura architettonica dell’intelligenza artificiale. Con quali armi (legge? contratto?) e contando su quali attori (riuscirà il sindacato ad interpretare questa sfida? Che ruolo avranno le istituzioni sovranazionali?) è certamente ancora da definire.
5. Dopo l’Enciclica Magnifica Humanitas ci sentiamo tutti più attrezzati quantomeno per leggere i temi e i problemi posti dall’Intelligenza artificiale: il Magistero Papale ci ha aiutato a disvelare, con un linguaggio profondo e di rara linearità, molto di quello che si può nascondere nelle più avanzate acquisizioni delle nuove tecnologie. Tuttavia, le dimensioni della sfida in campo appaiono di entità tale da far temere per l’effettività dello strumento giuridico di per sé, noto per la lentezza cronica della sua capacità di intervento, che si lega per forza di cose alla reazione a fatti verificatesi nel tempo (il che, come tutti i limiti, è anche una virtù, trattandosi di una reazione che diventa consustanziale al processo democratico).
Per questo va osservata con attenzione la proposta del premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, che esorta le istituzioni a promuovere la creazione di un grande centro di ricerca pubblico europeo, sul modello virtuoso del CERN . Proprio la grande tradizione fisica europea potrebbe rilanciare un primato del continente e garantire la sovranità tecnologica, nella prospettiva di democratizzare la conoscenza e sottrarre il controllo dell’Intelligenza artificiale al monopolio dei grandi poteri privati.
Perché ciò che appare chiaro dalle più recenti evoluzioni di questi strumenti è che il nodo regolativo riguarderà non tanto l’azione pubblica quanto le regole dell’agire dei privati, chiamando in causa tecniche di tutela che – come sono da tempo abituate a fare le strutture rimediali del diritto del lavoro – riescano ad intervenire sul potere senza avere bisogno del suggello, riservato alla sfera pubblicistica, della sovranità.
Ma come accadde per la Rerum Novarum, che non poteva prevedere appieno quali sarebbero stati gli effetti sociali delle trasformazioni in atto, anche di fronte a quest’ultimo passaggio della rivoluzione tecnica è probabilmente del tutto prematuro capire in quali interstizi risulterà decisivo l’apporto del diritto.
