TESTO INTEGRALE CON NOTE E BIBLIOGRAFIA
1. Una formula provocatoria, un problema reale
L’immagine dei «duecentomila lavoratori schiavi» che sorreggono Milano ha avuto la forza di rendere visibile una città normalmente fuori campo. Dietro la Milano delle torri, dei grandi eventi, della moda e dei servizi avanzati opera una vasta infrastruttura umana fatta di addetti alle pulizie, alla ristorazione, alla logistica, alla vigilanza, alle consegne e alla cura. Secondo l’elaborazione di PoliS-Lombardia ripresa di recente nel dibattito pubblico, nella Città metropolitana il 18,8% degli occupati percepisce una retribuzione oraria inferiore ai due terzi del salario mediano: oltre duecentomila persone . La formula giornalistica colpisce perché rovescia l’autorappresentazione della città: la capitale italiana dell’innovazione dipende anche da lavori che non garantiscono a chi li svolge una vita all’altezza della ricchezza prodotta. Con sempre maggiore evidenza, anche la traiettoria di Milano sta convergendo – almeno da questo punto di vista – con quella delle “città globali” descritte da Saskia Sassen ormai oltre trent’anni fa come il luogo per eccellenza nel quale prendono forma la polarizzazione occupazionale e le sue conseguenze sulla stratificazione sociale .
La parola «schiavi» richiede tuttavia una certa cautela. Schiavitù, lavoro forzato, intermediazione illecita e grave sfruttamento designano realtà specifiche, nelle quali possono ricorrere coercizione, violenza, minaccia, indebitamento, sottrazione dei documenti o impossibilità di abbandonare il posto di lavoro. Il lavoro povero – sociologicamente – designa una categoria diversa: può esistere dentro un rapporto formalmente libero, regolare e perfino coperto da un contratto collettivo . Confondere i piani rischia sia di banalizzare le forme estreme di assoggettamento, sia di trasformare ogni bassa retribuzione in un reato. Ma liquidare la metafora sarebbe altrettanto fuorviante. Essa segnala che tra libertà giuridica e libertà effettiva può aprirsi una distanza molto ampia: si è liberi di lasciare un impiego in astratto, molto meno quando il reddito non consente una seppur minima forma di risparmio, l’abitazione assorbe gran parte della paga e l’alternativa è la disoccupazione e, a un certo punto, la caduta nell’inattività involontaria.
In questo senso, la povertà non è soltanto una quantità di denaro (non) posseduta; è una relazione sociale, definita dal posto che una persona occupa nel sistema produttivo, dalle risorse cui può accedere e dal riconoscimento che riceve . Per lungo tempo il lavoro salariato ha rappresentato il principale confine tra integrazione e marginalità. Non assicurava soltanto un reddito: organizzava il tempo, apriva ai diritti previdenziali, sosteneva l’identità e le appartenenze collettive, e costituiva un ingrediente fondamentale dell’autostima e del benessere relazionale. L’emergere dei working poor incrina questa promessa: se si può lavorare con continuità e restare poveri, l’occupazione cessa di essere, da sola, una garanzia di cittadinanza sociale.
2. Chi sono i lavoratori poveri?
«Working poor» non indica una popolazione naturale e immediatamente osservabile. La sua estensione cambia in base all’unità di analisi e alla soglia adottata. Il Focus di PoliS-Lombardia, riprendendo la distinzione proposta da Garnero et al. (2021), considera due prospettive di misurazione, tra loro complementari. La prima è una prospettiva individuale, che definisce low-paid il lavoratore la cui retribuzione è inferiore a una determinata soglia, generalmente calcolata su base oraria o mensile. La seconda è una prospettiva familiare, che riconduce alla in-work poverty le persone occupate il cui reddito familiare disponibile equivalente resta al di sotto della soglia di povertà relativa. Le due misure rispondono a domande diverse: la prima valuta il prezzo riconosciuto al lavoro; la seconda verifica se quel lavoro, combinato con gli altri redditi e i bisogni familiari, protegga realmente dalla povertà. La letteratura sociologica insiste proprio su questo passaggio: essere occupati è una condizione necessaria, ma non sufficiente, perché il rischio si forma all’incrocio tra qualità e continuità del lavoro, struttura familiare e capacità redistributiva del welfare. In questo senso, «lavorare non basta» .
Questa distinzione impedisce di ridurre il fenomeno alla sola paga oraria. Il reddito annuale da lavoro nasce dall’interazione di almeno tre fattori: quanto si guadagna per ogni ora; quante ore si riescono a lavorare; per quanti mesi e settimane si rimane occupati. Un salario orario non bassissimo può produrre povertà se il part-time è involontario, i turni sono intermittenti o i periodi di non lavoro frequenti. Viceversa, un salario individuale basso può essere compensato temporaneamente dagli altri redditi familiari. Ma la famiglia non è un ammortizzatore neutrale: può nascondere dipendenze economiche, soprattutto per donne e giovani, oppure moltiplicare il disagio quando vi è un solo percettore, vi sono figli o incombono spese abitative elevate.
Ne consegue che la povertà lavorativa è insieme individuale e familiare, salariale e temporale. Ed è anche territoriale. La stessa retribuzione nominale produce possibilità molto diverse a seconda del costo della casa, dei trasporti e dei beni e servizi essenziali. A Milano il problema non è solo guadagnare poco, ma guadagnare poco in una città che incorpora nel costo della vita la propria attrattività. Per questo una soglia nazionale, pur necessaria per comparare, non esaurisce la domanda sociologicamente più rilevante: quale vita è concretamente possibile con quel reddito, in quel luogo e in quella fase del corso di vita?
3. La produzione sociale del lavoro povero
Il lavoro povero non è la semplice somma di fragilità individuali. È l’esito prevedibile di trasformazioni che si rafforzano a vicenda: stagnazione delle retribuzioni reali, crescita dei contratti temporanei e del part-time involontario, discontinuità occupazionale, terziarizzazione, esternalizzazioni e polverizzazione del tessuto produttivo, atipicizzazione dello status occupazionale e confini porosi tra economia regolare e sommersa. È, al tempo stesso, un meccanismo di stratificazione: classe occupazionale, genere, età e posizione familiare distribuiscono in modo diseguale non solo l’accesso al lavoro, ma la possibilità di convertirlo in sicurezza economica. Nel 2025, una stagione contrattuale particolarmente intensa – 33 contratti recepiti, riguardanti circa 4,7 milioni di dipendenti – ha sostenuto una crescita del 3,1% delle retribuzioni contrattuali. Il recupero resta tuttavia incompleto: tra gennaio 2019 e la fine del 2025, a fronte di un aumento dei prezzi del 23%, le retribuzioni sono cresciute soltanto del 13,2%, con una perdita di potere d’acquisto pari all’8,6%, che raggiunge il 10,3% nei servizi privati. Nei primi sei mesi del 2026 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate del 2,6% su base annua; alla fine di giugno, tuttavia, restavano in attesa di rinnovo 25 contratti, riguardanti circa 3,9 milioni di dipendenti . La questione, dunque, non riguarda solo una coda marginale del mercato: si colloca dentro le dinamiche (in)evolutive del sistema economico italiano, la redistribuzione delle opportunità occupazionali a vantaggio di settori ad alta intensità di lavoro, la produttività stagnante da decenni, la coesistenza di situazioni di inattività volontaria e di persone costrette ad accettare un lavoro purchessia.
Karl Polanyi aveva mostrato che trattare il lavoro come una merce qualsiasi produce una tensione permanente, perché ciò che viene scambiato non è separabile dalla persona che lavora . Il contratto stabilisce un prezzo e una prestazione, ma non annulla l’asimmetria tra chi può organizzare il processo produttivo e chi dipende dalla vendita della propria capacità di lavoro. Quando il welfare, i risparmi, le qualifiche spendibili e la rappresentanza collettiva sono deboli, tale dipendenza aumenta. Il basso salario non è allora soltanto una remunerazione insufficiente: diventa un dispositivo che riduce la possibilità di rifiutare turni, carichi, orari o condizioni considerate inaccettabili.
La città globale accentua questa tensione: l’economia urbana più avanzata non elimina il lavoro a bassa qualificazione; spesso anzi lo moltiplica. Finanza, moda, turismo, eventi, commercio e funzioni direzionali generano una domanda crescente di pulizia, custodia, movimentazione, consegna, ristorazione e cura. Sono attività indispensabili, svolte in presenza e quindi non delocalizzabili, ma collocate nella parte meno visibile e meno remunerata della catena del valore. La polarizzazione tra occupazioni ad alta retribuzione e servizi poveri non è un incidente della modernizzazione: è una delle modalità attraverso cui la «città globale» (non) funziona .
Anche l’organizzazione delle imprese conta. Appalti, subappalti, ricorso alle cooperative e piattaforme consentono di coordinare servizi complessi, ma possono separare chi trae valore economico dal servizio, da chi esercita il potere datoriale e paga il lavoro. A ogni passaggio il margine viene difeso comprimendo costi, ore e organici; la responsabilità, invece, si disperde. Si consolida così un mercato del lavoro «secondario», caratterizzato da minore stabilità, minori opportunità di carriera e una più debole capacità negoziale, che convive con il segmento protetto senza esserne una fase necessariamente transitoria .
Al tempo stesso, l’invecchiamento della popolazione, un numero crescente di persone bisognose di essere assistite, la profonda trasformazione delle famiglie e degli stili di funzionamento familiare, generano una smisurata domanda di lavoro di cura da parte delle famiglie e delle strutture assistenziali. Un lavoro naturalmente caratterizzato da basse retribuzioni, sottovalutazione dei requisiti di professionalità, possibilità di carriera quasi inesistenti, fortissimo rischio di informalità (almeno sei su dieci colf e assistenti familiari lavorano in Italia senza un regolare contratto).
I dati lombardi rendono concreta questa architettura. La quota di working poor calcolata sulla paga oraria raggiunge il 34,9% nelle imprese fino a nove dipendenti e scende al 4,1% in quelle con oltre 250; nell’alloggio e nella ristorazione arriva, in Lombardia, al 42,6% . La dimensione aziendale e il settore non determinano automaticamente la povertà, ma segnalano dove sono più fragili la contrattazione, i controlli, la continuità del lavoro e le possibilità di mobilità interna. Il 18,8% della Città metropolitana va quindi letto non come un’anomalia ai margini della Milano di successo, bensì come il costo sociale incorporato nel suo modello di sviluppo.
4. Povertà di reddito, di tempo e di futuro
Gli effetti del lavoro povero superano il bilancio mensile. La prima risorsa sottratta è il tempo: non solo perché si può lavorare molto, ma perché orari spezzati, chiamate, picchi e tragitti impediscono di prevedere e governare la giornata. La seconda è il futuro. Senza continuità di reddito diventa difficile lasciare una casa inadeguata, investire in formazione, formare una famiglia, sottrarsi a un datore scorretto o affrontare un periodo di ricerca di un impiego migliore. La precarietà, in questo senso, è meno un tipo di contratto che un rapporto con il domani: l’impossibilità di trasformare il lavoro presente in sicurezza biografica. Non sorprende, allora, che l’instabilità dell’impiego pesi anche sulla povertà soggettiva: la vulnerabilità viene vissuta prima e oltre il superamento di una soglia statistica .
La promessa del «lavoro trampolino» non sempre si realizza. Le ricerche richiamate da PoliS mostrano che la povertà lavorativa tende spesso a riprodursi: in Italia l’esperienza pregressa di in-work poverty accresce la probabilità di restarvi, mentre a livello europeo oltre la metà dei lavoratori poveri osservati in un anno risultava ancora povera nell’anno successivo . Non significa che ogni lavoro a basso salario sia una trappola, ma che l’uscita non può essere affidata automaticamente all’anzianità o all’impegno individuale. Se il segmento occupazionale offre poca formazione e scarsi passaggi verso impieghi migliori, l’esperienza accumulata vale poco al di fuori di esso.
Addirittura, un nostro studio appena pubblicato sembrerebbe dimostrare che l’adattabilità al lavoro povero “non paga” neppure dal punto di vista della continuità occupazionale. La maggioranza degli uomini adulti inattivi intercettati dalla ricerca si è infatti ritrovata tale non perché ha deciso di prendere le distanze dal lavoro cattivo, precario, sottopagato, bensì perché vi si è ripetutamente adattata, finendo col divenire complice incolpevole del progressivo imbarbarimento della civiltà del lavoro. Inattivi formalmente «volontari», ma non per scelta, bensì perché sempre più sfiduciati via via che, con l’avanzare dell’età, vedono allontanarsi il miraggio di un lavoro vero.
Vi è poi una conseguenza simbolica. La cultura del merito tende a leggere l’occupazione come prova di autonomia: chi lavora dovrebbe farcela. Il working poor sperimenta così una doppia svalutazione, al tempo stesso economica e morale. Non è pienamente riconosciuto come povero, perché occupato, ma non gode della sicurezza e del prestigio associati al lavoro. I dati sulla soddisfazione restituiscono questa frattura: tra i lavoratori poveri risultano più basse soprattutto la fiducia nella stabilità dell’impiego e nelle opportunità di carriera, mentre i part-time involontari dichiarano più spesso di voler lavorare un numero maggiore di ore . La disponibilità al lavoro c’è; ciò che manca è un lavoro capace di essere convertito in autonomia.
Milano rende visibile anche la dimensione spaziale di questa disuguaglianza. La città ha bisogno di lavoratori nei servizi, ma il costo dell’abitare li allontana dai luoghi in cui lavorano. Il pendolarismo forzato trasferisce sulle persone il costo della distanza: denaro, ore di vita, fatica, minore accesso alle reti sociali. Prende così forma una dinamica di espulsione abitativa dei ceti meno abbienti dai centri di pregio, mentre quegli stessi centri continuano a richiedere la loro presenza lavorativa . È il paradosso della città attrattiva: include come forza lavoro ed esclude come abitanti.
Per questa ragione le politiche contro il lavoro povero non possono consistere in un solo interruttore. Minimi salariali adeguati sono essenziali, ma non correggono da soli la scarsità di ore, la discontinuità, gli appalti al ribasso, la debolezza della rappresentanza, il costo della casa, il ricorso improprio a determinate soluzioni contrattuali e, tanto meno, quello al lavoro «nero» che resta in Italia un fenomeno tanto diffuso quanto «normalizzato» (in particolare proprio nei segmenti più contigui al lavoro povero). L’obiettivo allora non è soltanto aumentare il salario, ma ricomporre le dimensioni del «lavoro dignitoso»: reddito, sicurezza, diritti, riconoscibilità, voce e possibilità di progettare la propria esistenza .
5. “Schiavi per vocazione”? Il lavoro degli immigrati come specchio del lavoro povero
«Tutte le società producono degli stranieri, ma ciascun tipo di società produce il suo proprio tipo di stranieri, e li produce in un suo proprio modo inimitabile»: con questa efficacissima espressione, Z. Bauman getta luce su un nodo cruciale per la comprensione del problema dei «lavoratori schiavi» e più in generale del «lavoro povero». Non è l’immigrazione ad averlo generato. E non sono i caratteri ascritti degli immigrati a renderli straordinariamente funzionali alla sua diffusione. Sono invece i modi inimitabili attraverso i quali la società italiana ha forgiato la figura dello straniero (ovvero del migrante) e del suo ruolo nel mercato del lavoro a farne un elemento costitutivo di processi che, pur coinvolgendo anche molti lavoratori italiani, possono essere osservati con particolare nitidezza attraverso lo specchio dell’immigrazione.
A ben vedere, infatti, il grado di «etnicizzazione» dei diversi mestieri e settori occupazionali è, quasi sempre, un predittore molto attendibile della bassa qualità dell’occupazione e del suo scarso riconoscimento sociale. Dentro un meccanismo di causazione cumulativa, tanto più un lavoro è mal retribuito e poco appetibile, quanto più aumenta il ricorso ai lavoratori e alle lavoratrici immigrati/e – che, come spesso si sente affermare, fanno i lavori che «noi» non vogliamo più fare –; ma, al tempo stesso, tanto più un lavoro diventa un lavoro «da immigrati», quanto più è probabile vada incontro a un destino di svalutazione sociale e retributiva (così come, per certi versi, è storicamente avvenuto attraverso la femminilizzazione di alcuni profili professionali, come quello dell’insegnante).
Dunque, la discriminazione etnica esiste, quanto meno da un punto di vista meramente statistico: ne sono chiari indicatori il livello di segregazione verticale (circa ¾ degli occupati stranieri sono inquadrati come operai e assimilati) e orizzontale (la metà delle donne straniere occupate è inserita in solo 4 professioni a bassa qualificazione), i gap retributivi (la retribuzione media annua è inferiore del 30% rispetto ai valori medi), i differenziali nei tassi di disoccupazione (9,1 vs 5,9 degli italiani), l’incidenza delle situazioni di overqualification, e molto altro ancora. Ma tale discriminazione, spesso lo si dimentica, è la logica conseguenza del modo inimitabile col quale la società italiana «produce» gli stranieri: candidati ideali per coprire i posti di lavoro che agli italiani non interessano più – secondo un assunto alla base perfino di tutta la narrazione «pro-immigrati» – quasi a suggerire l’immagine di una società castale , in cui il ruolo di ciascuno è stabilito dalla sua origine, a prescindere da attitudini, esperienze pregresse, aspettative, speranze di vita.
Per di più, proprio la folta presenza di lavoratori stranieri nei gironi più degradati del mercato del lavoro ha l’effetto perverso di suggerire una lettura a tratti fuorviante: tematizzati come «problemi d’immigrazione», da aggredire attraverso leve ad hoc (per esempio la riforma della legge che regola gli ingressi, o di quella sulla cittadinanza), si finisce col perderne di vista la natura di fenomeni profondamente embedded nell’economia e nella società italiana e nei modi con cui esse (mal)trattano il lavoro.
Dunque, la straordinaria incidenza di lavoratori poveri tra gli immigrati occupati – quasi uno su tre è in povertà assoluta, rispetto a meno del 5% degli italiani – che, come mostra il focus sui working poor prodotto da PoliS-Lombardia si riproduce anche in Lombardia (dove gli immigrati pagati troppo poco arriverebbero al 40% rispetto all’11% degli italiani ), prima regione italiana per numero di stranieri residenti e occupati – è in gran parte da ascrivere alle caratteristiche della loro occupazione. Tra di esse, la concentrazione nei settori occupazionali maggiormente investiti dal fenomeno – agricoltura, servizi a bassa qualificazione, lavoro domestico… – e nelle imprese di più piccole dimensioni; così come nei livelli più bassi di inquadramento e nel lavoro a tempo parziale. Infine, tutte le evidenze disponibili ci dicono che è soprattutto per gli stranieri che il lavoro povero innesta la «trappola della povertà», in un Paese che si distingue, anche nel confronto con altri Stati, per una penalizzazione retributiva che persiste a dispetto dell’anzianità migratoria .
Tutto ciò senza contare la sovrarappresentazione degli immigrati nel lavoro informale, come appunto nel caso degli «schiavi indiani» scoperti grazie all’indagine della Procura della Repubblica di Milano che ha avuto il merito di togliere il velo dal fenomeno dello sfruttamento lavorativo in quella che un tempo soleva definirsi la capitale morale del Paese. Ingaggiati con una sorta di caporalato che agisce su scala transnazionale per la costruzione del nuovo Consolato americano, con turni massacranti di 12 ore al giorno, con una paga di circa tre euro all’ora, senza sicurezza, privati dei documenti e con la minaccia costante di un licenziamento. Quasi appunto fossero schiavi per vocazione.
