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Il riformismo coraggioso e ingenuo di Pietro Ichino che a Barbiana chiamavano Pierino.


“ Per tutto questo non sei ancora in colpa; ma dal giorno in cui sarai maggiorenne, se non restituisci tutto, incomincia a essere peccato”.
Con queste parole don Lorenzo Milani, il Priore di Barbiana, in visita alla famiglia Ichino nella primavera del 1962 si rivolse a Pietro, tredicenne, nel salotto borghese milanese pieno di libri e benessere, rendendolo colpevole di un privilegio dal quale anche ora a fatica cerca di liberarsi.
L’importanza dell’insegnamento di don Milani nella vita di Pietro Ichino traspare, in tutta la sua plasticità e cruda realtà, nei temi che gli allievi di Barbiana scriveranno per raccontare l’esperienza della visita a Milano, ospiti di Luciano e Francesca Ichino, qualche anno prima, nella primavera del 1959, pubblicati nell’appendice del libro. La visita di Don Milani e dei suoi allievi, con al seguito il coetaneo Pietro, delle fabbriche Siemens e Pirelli, l’intervista ai sindacalisti e l’analisi, puntuale, della giustificatezza del licenziamento di un operaio incendiario sono pagine molto belle che descrivono una esperienza che segnerà la vita, anche professionale, dell’Autore.
Otto anni dopo, nel libro Lettera a una professoressa che costituisce il vero testamento del Priore di Barbiana, comparirà un “Pierino” come il figlio del dottore con la casa piena di libri, che a scuola passa tutti gli esami a pieni voti: ora i temi dei sei allievi della Scuola di Barbiana su quella loro esperienza milanese del 1959, scritti su paginette di quaderno ingiallite e riprodotti in appendice a La casa nella pineta, ci rivelano che il prototipo di quel Pierino era proprio lui, il loro coetaneo col quale in quell’occasione nacque un’amicizia viva ancora oggi.
È questo il filo rosso conduttore del recente libro di Pietro Ichino, La casa nella pineta. Storia di una famiglia borghese del novecento ( Giunti editore, Firenze, 2018, pp. 416, euro 18,00): un viaggio sentimentale nel quale l’Autore ci accompagna nella storia della sua famiglia, borghese, ma illuminata (scorrendo l’albero genealogico si leggono, tra gli altri, i nomi di Pontecorvo, Colorni, Sraffa) raccontandoci vicende intime e a molti di noi sconosciute, che scorre nel tempo tra diverse generazioni; ma anche nell’epoca, tra le più intense e drammatiche, della storia d’Italia; e nella sua stessa vita, fatta di scelte, sempre coraggiose e controcorrente, talvolta contraddittorie e provocatorie, mai scontate.
La casa nella pineta, dove Pietro Ichino ha trascorso e continua a trascorre i periodi di vacanza, non solo estiva a Forte dei Marmi, racchiude i luoghi della sua vita, che sono anche luoghi dell’anima, gli affetti, le sue radici, le sue scelte e il suo tormento intellettuale e politico. È la casa ideale di tutti noi.
Pietro Ichino si sente sempre fuori posto, è un “irregolare”; si sente figlio “illegittimo” della buona borghesia milanese e cerca di sporcarsi le mani andando a lavorare con gli operai e per gli operai, entra nella grande famiglia della Cgil e del Pci, ma con grande fatica deve riuscire a convincere che tra il lavoro, il mercato e l’impresa non deve esserci necessariamente conflitto. Non si sente a suo agio nel Palazzo, che non tollera il suo riformismo, in contrasto con le scelte della sinistra, sindacale e politica, nel periodo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Ha la possibilità di frequentare da vicino e intensamente uomini come Pietro Ingrao, Enrico Berlinguer e Bruno Trentin, ma Pietro Ichino è lontano da loro. Non crede, infatti, alla lotta operaia nella Fiat dell’80, nella quale traspare una scarsa percezione della contiguità con il terrorismo dei 62 dipendenti licenziati dall’azienda, e non ha timore ad esprimere un forte dissenso nei confronti dei picchetti duri ai cancelli di Mirafiori e dello sciopero ad oltranza, fino all’occupazione, viste come segno di debolezza e non di forza del movimento operaio. Un dissenso aperto e rigorosamente motivato, non solo confidenziale e privato, come quello di Gerardo Chiaromonte, all’epoca responsabile delle politiche del lavoro del Pci, di Giorgio Napolitano, forse anche di Bruno Trentin, ma taciuto in ossequio alla logica ferrea della disciplina di partito. E avrà ragione, Pietro Ichino, ad esprimere quel dissenso, come dimostrerà, poco dopo, la marcia dei quarantamila.
L’esperienza svolta da Pietro Ichino nella camera del lavoro milanese, per circa dieci anni, è fondamentale anche per la sua formazione giuridica, e da giovane studioso coltiverà entrambi i settori: le relazioni sindacali e la ricerca universitaria. Del resto anche la sua Maestra, Luisa Riva Sanseverino, aveva fatto una lunga esperienza in Confindustria prima della carriera universitaria. Il frutto di questa esperienza del giovane studioso furono i due volumi pubblicati nel ’75 e nel ’77 dall’Editore barese De Donato, dal titolo Diritto del lavoro per i lavoratori, che divenne ben presto un testo di consultazione non solo dei sindacalisti e dei rappresentanti sindacali, ma anche degli studenti. Il tutto facilitato anche dalla presenza del nuovo professore di Diritto del Lavoro alla Facoltà di Scienze Politiche, Carlo Smuraglia.
Nella prima esperienza politica parlamentare, iniziata nel 1979, si evidenzia il profilo riformista di Pietro Ichino. La riforma del collocamento pubblico (a metà ’82 pubblicherà, sempre con l’Editore De Donato, Il collocamento impossibile ), il lavoro a tempo parziale, le politiche attive del lavoro sono solo alcuni dei temi che interessano il giovane deputato in un contesto politico al quale non si sente di appartenere e che lo renderà sempre più lontano, fino alla mancata rielezione nel voto del 1983.
In questo periodo cova anche l’odio nei confronti non solo delle idee propugnate, ma anche della persona di Pietro Ichino, che, aggravato nel tempo, porterà nella primavera del 2002 alla imposizione della tutela e della scorta.
Significativo, sul piano non solo universitario, ma anche umano e professionale, è l’incontro con Giuseppe Pera, allievo di Luisa Riva Sanseverino e suo successore alla Cattedra di Diritto del Lavoro nella Facoltà di Giurisprudenza di Pisa, che segnerà tappe importanti di un rapporto umanamente e scientificamente intenso, con la franchezza anche di opinioni diverse, sempre incentrato sulla stima reciproca e l’affetto sincero che corre tra padre e figlio.
Tutto quello che è capitato nel corso degli anni, in un sodalizio che continua (come capita anche a me che ne sono stato allievo) anche dopo la morte di Giuseppe Pera (che è stato anche il mio Maestro) è scritto qui, in questa telefonata di una sera dell’ottobre ’84 che merita essere riportata:
“Buonasera, Ichino”. “Buona sera, Professore. Che onore essere chiamato da Lei”. “ nessun onore: sto per proporle una rogna. Dopo la morte di Cessari, l’editore Giuffrè mi affida la direzione della Rivista italiana di diritto del lavoro. Le chiedo di farmi da caporedattore. Gratis, perché l’editore è disposto a pagare qualcosa per la segreteria di redazione, ma non per il caporedattore: lei, se accetta, e io lavoreremo soltanto per amore della materia. Di solito sono cose che si fanno fare ai propri assistenti in università, ripagandoli poi con la cattedra. Ma io la avverto subito che non sono in grado di prometterle promozioni; e lei forse mi conosce abbastanza per sapere che se anche ne fossi in grado non gliele prometterei. Non voglio una risposta subito: ci pensi e mi richiami quando avrà deciso”.
Significativa, sul piano professionale, è la scelta, una volta conclusa la prima esperienza parlamentare, di continuare a fare l’avvocato ‘scalzo’, come lui stesso si definisce, rifiutando di entrare nello studio legale del padre e degli altri soci, ai quali, comunque, non nega un supporto quando viene richiesto della redazione di qualche parere scritto.
Non è ancora arrivato il tempo in cui il figliol prodigo tornerà alla “casa” del padre e resterà affascinato dal suo modo di lavorare, dalle sue regole nel redigere gli atti, dal rapporto con i clienti e con i giudici, ma anche dal suo modo di vivere, fino a sentirsi erede non solo dei suoi segreti professionali, ma della sua stessa identità. Il lavoro forense del padre si conclude, con l’assistenza del figlio, a Genova, con la discussione di una importante causa in Corte di Appello in difesa della Banca Commerciale, il più importante cliente del loro studio, che li vedrà vittoriosi. Bellissime e commoventi sono le pagine in cui nel libro è raccontato il dialogo tra padre e figlio, a giro per Genova, dove Luciano Ichino era nato e vissuto per diversi anni.
Con la morte dell’amato padre, un giorno della fine di novembre 1997, finisce il racconto di questo libro. Avremmo preferito sapere più cose di quelle che sono successe dopo: solo alcune di queste ci sono raccontate negli intermezzi del libro. Avremmo voluto sapere di più sulla nuova esperienza politica e parlamentare che ha visto impegnato l’Autore in molte riforme scomode, non da tutti condivise, anzi molto spesso ostacolate e aspramente contestate, assunte sempre con grande senso di responsabilità. Avremmo voluto sapere di più sul suo ritorno alla vita di privato cittadino, professore universitario, avvocato, marito, padre e nonno affettuoso.
Ma quello qui recensito non è soltanto, e forse neanche principalmente, un libro autobiografico: è il racconto della “casa nella pineta”, della sua famiglia in quella casa e di un secolo di storia d’Italia visto da quell’osservatorio privilegiato.
Ci sarà un’altra occasione, lo speriamo tutti, in cui Pietro Ichino cercherà “di sistemare i conti con il proprio passato e di saldare tutti i debiti, se ce ne sono”, come ha fatto suo padre Luciano, a Genova, l’ultima volta dopo la discussione di quella importante causa in Corte d’Appello. 

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