testo integrale con note e bibliografia
Magnifica Humanitas, pubblicata in occasione del 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII, è molto di più di un testo che racchiude una, pur autorevolissima, presa di posizione di Papa Leone sull’intelligenza artificiale, o, tanto meno, sulla relativa regolamentazione.
È, piuttosto, un (sinceramente emozionante , nonché) monumentale atto di enlightment culturale in senso laico e, al contempo, di guida spirituale, che si pone dichiaratamente in linea di continuità con la tradizione del Magistero sociale davanti alle “cose nuove” del proprio tempo. Res, appunto: in ciò si coglie il decisivo tratto, sorprendente solo per chi abbracci una postura non antropocentrica bensì fideisticamente tecno-centrica all’innovazione , di analogia tra gli strumenti (e le conseguenti trasformazioni organizzative) della seconda rivoluzione industriale, i quali avevano ispirato l’intervento del Pontefice in occasione della Rerum Novarum, e le tecnologie “intelligenti” , che si collocano viceversa sullo sfondo della Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV.
L’idea della custodia, che campeggia nel sottotitolo, assume un significato profondo che permea l’intero documento e si declina in una pluralità di accezioni.
Per un verso, essa chiama i decisori politici e la società tutta a riflettere su un progetto di dominio (privato) che, se non adeguatamente governato, rischia di condurre verso la disumanizzazione e verso la prevaricazione (non solo socio/economica): l’efficacissima immagine è quella di una moderna Torre di Babele che, dietro le apparenze di un’omologazione (forzata), può generare un’incontrollabile dispersione ed accentuare le disparità sociali (§90).
In questo senso, è invero interessante, anche per chi si occupa di questi temi in una prospettiva di regolazione, il passaggio (§ 85), ove si sottolinea che “le innovazioni tecnologiche – compresa l’intelligenza artificiale – non sono neutrali: possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione”, fino ad alimentare le ambizioni belliche (ed i sottesi interessi economici: § 193).
Del resto, va evidenziato che il Pontefice non cede in alcun modo al disfattismo ed anzi rimarca come la tecnica non sia di per sé un’antagonista della persona: essa, piuttosto, quale “talento consegnato all’umanità” (§ 9), è in grado di offrire un significativo contributo ad uno “sviluppo umano integrale” .
Affinché ciò accada, è necessaria la costante supervisione umana (sui sistemi di AI…ma non solo), la quale rimanda ad un secondo corno dell’idea di custodia de qua.
In tal senso, assume una pregnante rilevanza, da una specola giuslavoristica, il richiamo, che partecipa della logica di comunità plurale e pluralista la quale si vede contrapposta ad un modello di materialistico individualismo proprietario, al ruolo dei corpi intermedi, tra cui figurano i sindacati e le organizzazioni dei datori di lavoro (§ 155): questi ultimi vengono chiamati, insieme allo Stato, a collaborare ad un impiego dei nuovi strumenti che muova nella direzione della sostenibilità e dell’inclusione (v. già “Caritas in Veritate” di Benedetto XVII), prestando attenzione ai deboli e ai vulnerabili (v. già “Gaudium et Spes” di Francesco) e tenendo pure conto – anzi, proprio “aprendosi” – alle nuove forme di lavoro e ai nuovi lavoratori (§ 155).
Soprattutto, il Pontefice è chiarissimo nell’affermare che “non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo” (§ 106).
È in una simile prospettiva può essere vagliato il contributo della legislazione, chiamata a difendere il valore del lavoro come fattore di sviluppo della persona umana – dunque, non soltanto “un mezzo di sostentamento, ma un luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità”: § 154 – e di presidio della dignità dell’individuo (§ 148): il lavoro andrebbe, dunque, protetto e tutelato quale veicolo di libertà , non rivelandosi sufficienti le tecniche, nel cui novero potrebbe essere ascritta la definizione di un reddito universale, basate sugli “aiuti economici per i poveri” (§ 149) .
Infatti, nell’autorevole giudizio di Leone XIV, non sarebbe sufficiente reagire “quando i posti scompaiono”, occorrendo, al contrario, “governare in anticipo la trasformazione” (§ 156).
A tal fine, risulterebbe opportuno fissare alcuni “criteri sociali per l’innovazione”: è significativo come tra questi campeggino alcune delle guarentigie già al centro dell’azione del legislatore europeo (AI Act), come pure dei primi interventi registratisi al fuori dei confini dell’UE . Tali garanzie includono la formazione e la riqualificazione dei lavoratori (cfr. la AI Literacy di cui all’AI 4 dell’AI Act) , contemplata persino nella sintetica “US National Policy Framework for Artificial Intelligence” definita nel marzo 2026 dalla Presidenza Trump .
Altrettanto significativo è il richiamo alla partecipazione dei lavoratori, che concorre, promuovendo anche all’interno delle organizzazioni quella cultura del dialogo che si contrappone alla cultura della potenza che si continua a registrare nelle relazioni tra i popoli (§ 221), a rendere la tecnologia uno strumento orientato a liberare tempo e capacità umane”, invece che “a produrre esclusione” .
La chiave è, però, il principio della guida (e dell’accountability) umana, che trova un riscontro nel concetto di supervisione umana (human oversight) sulla quale è stata edificata l’impalcatura della regolazione dell’AI in ambito tanto europeo (art. 14 AI Act, ma anche art. 10 PWD), quanto nazionale (art. 1-bis d.lgs. n. 152/1997; art. 11 l. n. 132/2025) .
Ancora, se la persona è come un fine e mai un mezzo, la stessa non può essere ridotta, per effetto della diffusione delle nuove tecnologie, in una condizione, se non di schiavitù, di sfruttamento (del lavoro, ma anche dei dati); né il suo valore può dipendere dalla sua – costantemente monitorata e misurata – performance, in nome di un’incipiente “cultura dello scarto” (§ 78) in cui ciascuno/a viene valutato sulla sola scorta del ritorno economico che è in grado di generare (§ 51 ed ivi il riferimento all’uguale dignità di tutti gli esseri umani) .
Di converso, una tecnologia impiegata, come si suole comunemente dire, “for good” dovrebbe invece proteggere i più fragili anche da pregiudizi e discriminazioni, vuoi che esse si leghino al fattore umano, vuoi, a maggior ragione, che le stesse derivino dall’utilizzo dell’AI . A tal fine, però, risulta essenziale squarciare il velo di opacità degli algoritmi (§ 80), garantendo la trasparenza sul relativo sistema di addestramento e di funzionamento .
Nel monito finale, il Pontefice, che richiama all’uopo un passo di San Paolo, esorta a prestare attenzione al come – prima ancora che al cosa – si costruisce (§ 229). L’AI pone, infatti, una questione di metodo e di valori sul significato della custodia della persona umana nel tempo dell’AI. Rispettare il labor, inteso come fatica, sacrificio ed essenza della vita della persona (la cui carne “continua a richiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone”), al punto che il primo con quest’ultima – secondo una celebre sineddoche – addirittura coinciderebbe (art. 1 Cost.), significa partecipare di una dimensione comunitaria e superindividuale che ha il suo contraltare nelle (il)logiche autoreferenziali che ispirano chi non è in grado di vedere e cogliere, con autentico spirito di fratellanza e intima solidarietà (magnifica humanitas), l’altro da sé, nella società civile così come all’interno delle organizzazioni produttive: “anche quando le macchine eccellono nell’efficienza”, chiosa il Santo Padre, “il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato” (§ 233). L’Enciclica si chiude con un’esortazione euristica a muovere oltre la mera contemplazione e ad entrare “nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare”: l’immagine è quella, più volte evocata da Leone XIV, di Neemia, impegnato, in una Gerusalemme in rovina, a ricostruire ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto, unendo nella speranza e non dividendo nell’avidità: non pare revocabile in dubbio che un tale messaggio, potente nei contenuti prima ancora che autorevole nella fonte, muove ben oltre la contingenza, fungendo da imperituro lascito e da solenne riaffermazione della primazia dello spirito e, in senso laico, della stessa persona sulla tecnica, quand’anche più avanzata, ma giammai estranea alla grammatica del potere.
