TESTO INTEGRALE CON NOTE E BIBLIOGRAFIA

1. La richiesta di tutela
“Non ho un attimo di tregua durante la giornata, spesso non faccio la pausa pranzo” ; “non riesco a staccare nemmeno per un giorno” ; “è come ritrovarsi intrappolati dentro una ruota da criceto in continuo movimento” . Queste sono solo alcune delle testimonianze raccolte da accreditate testate giornalistiche che si sono occupate della condizione di iperconnessione che caratterizza la professione dell’influencer , restituendoci un’immagine ben lontana da quella del proverbiale “lavoro dei sogni”.
A determinare tale condizione, come ha rivelato al The Guardian un noto rappresentante della categoria, concorre anche la logica algoritmica che regola il funzionamento delle piattaforme, “che punisce chi rallenta il ritmo di pubblicazione” . Emblematiche sono le dichiarazioni di altre figure del settore raccolte da Vanityfair: “ho perso 40 mila iscritti per aver interrotto la presenza online per 48 ore” e dalla CNN: “mi sono preso un mese di pausa da YouTube per ritrovare l’equilibrio mentale…ho impiegato un anno di lavoro per tornare al numero di visualizzazioni che avevo prima della pausa” .
Tra le testimonianze raccolte, c’è anche quella di chi, non riuscendo più a sottrarsi ai descritti ritmi di lavoro, ha scelto di ritirarsi dalla scena o ha dichiarato di aver intrapreso specifici percorsi terapeutici .
Ne è sorta un’esigenza di tutela che, nonostante la reticenza sul tema , si è tradotta in forme di mobilitazione collettiva e in richieste formali rivolte alle istituzioni. Tra queste, si segnala quella promossa dall’associazione di categoria Assoinfluencer, finalizzata all’istituzione di un tavolo tecnico presso il Ministero volto a concertare con le piattaforme e i rappresentanti del settore l’adozione di strumenti “volti a preservare la salute psico-fisica dei professionisti” .
Ecco allora che nell’ambito di questo forum appare opportuno interrogarsi sulle ragioni sottese a una simile richiesta e sugli strumenti di protezione che l’ordinamento può offrire.

2. (segue) Le ragioni che la sottintendono
Nell’economia digitale contemporanea, la visibilità online rappresenta un asset in grado di incidere sulle dinamiche di mercato; ne costituiscono un significativo esempio i contratti di influencer marketing, nell’ambito dei quali il compenso è generalmente parametrato alla capacità dei contenuti di raggiungere e coinvolgere il pubblico di riferimento, che si misura sulla base di criteri quali il numero di follower, i volumi di like, la quantità di commenti e salvataggi, il complessivo tasso di interazione generato .
La fortuna dell’influencer è, quindi, fortemente legata alla visibilità, la quale – a sua volta – è strettamente condizionata dall’azione degli algoritmi delle piattaforme che predispongono l’infrastruttura tecnologica .
Ed infatti, pur nell’opacità dei meccanismi specificamente adottati , si registra una tendenza comune dei social media a favorire la diffusione di contenuti associati ad alti livelli di engagement e di interazione con il pubblico e a penalizzare, al contrario, quelli caratterizzati da livelli inferiori . Chiara la logica: un numero maggiore di attività contribuisce a trattenere gli utenti più a lungo sulla piattaforma e, di conseguenza, a incrementare l’esposizione pubblicitaria e la quantità di dati che possono essere raccolti e venduti agli inserzionisti.
Questo insieme di fattori finisce per incidere sull’effettivo margine di autonomia dell’influencer, che sarà orientato a adottare un insieme di pratiche e strategie funzionali a massimizzare l’esposizione dei propri contenuti, secondo quello che è stato definito il “gioco della visibilità” . E ciò, non necessariamente per accrescere la propria posizione sul mercato, ma anche, più semplicemente, per preservare quella già acquisita.
Una dinamica, questa, efficacemente descritta da Assoinfluencer: “La necessità di mantenere un livello di performance elevato al fine di garantirsi una stabilità reddituale in molti casi spinge il professionista a ritmi lavorativi insalubri con la creazione e diffusione di contenuti digitali pressoché giornaliera. Tutto ciò al fine di scongiurare il rischio di un fisiologico calo del livello di engagement oppure una penalizzazione da parte dell’algoritmo che regola la singola piattaforma e che promuove i profili più attivi” .
Si delinea così una realtà nella quale la piattaforma, determinando indirettamente i ritmi e le modalità di presenza nell’ambiente virtuale di lavoro , finisce per “governare l’attività dell’influencer” ; un condizionamento che risulta ancora più forte laddove l’influencer aderisca – senza possibilità di negoziarne il contenuto – ai programmi di partnership predisposti dalla piattaforma, assoggettandosi in tal modo al raggiungimento di specifiche soglie di engagement :
i) TikTok, ad esempio, consente la monetizzazione al raggiungimento di almeno 10.000 follower e 100.000 visualizzazioni negli ultimi 30 giorni .
ii) requisiti simili sono richiesti da YouTube, che nel suo programma partner (“YPP”) riconosce una quota dei ricavi pubblicitari al conseguimento di almeno 1.000 iscritti al canale e 4.000 ore di visualizzazioni pubbliche negli ultimi 12 mesi, soglia che per i contenuti “shorts” sale a 10 milioni di visualizzazioni pubbliche in appena 90 giorni .
iii) sulle piattaforme del gruppo Meta (Facebook e Instagram), la remunerazione si articola principalmente attraverso abbonamenti alla pagina e piccole donazioni ricevute nel corso delle “dirette” .
iv) regole più sofisticate sono adottate da Twitch, che struttura la partnership su più livelli , a cui corrispondono quote di remunerazione sempre maggiori; la permanenza in un ogni livello è valutata sulla base di finestre temporali mobili, sicché l’inattività determina progressivamente il venir meno dei risultati precedentemente acquisiti. Alla modalità di remunerazione tramite intersezioni pubblicitarie si affianca quella degli utenti che sottoscrivono un abbonamento mensile al canale o che effettuano delle micro-transazioni quale forma di apprezzamento delle live a cui assistono .
Alle sollecitazioni esercitate dai social media si affiancano i vincoli derivanti dalle collaborazioni con i brand, i quali sono soliti imporre calendari editoriali comprensivi di fasce orarie tassative per la pubblicazione, nonché richiedere un’attività di relazione con il pubblico o anche un numero minimo di ore settimanali di live durante le quali assicurare l’esposizione del marchio e/o la promozione del prodotto o del servizio pubblicizzato.
Queste e altre combinazioni di pressioni cui sono sottoposti gli l’influencer , oltre a comportare un disequilibrio tra tempi di lavoro e tempi di vita, costituiscono terreno fertile per l’insorgenza di dinamiche stressogene – quali il technostress, e l’algorithmic anxiety – nonché per lo sviluppo di forme di burnout, la cui diffusione nella categoria si stima superi il 60% .

III. La risposta dell’ordinamento
Di fronte a un tale scenario, l’interprete è sollecitato a interrogarsi sugli strumenti di protezione che l’ordinamento può offrire.
L’indagine, tuttavia, si presenta non priva di ostacoli, tanto per la spiccata eterogeneità dei soggetti coinvolti, quanto per la numerosità e complessità dei rapporti che tra questi intercorrono (alla relazione influencer-azienda si affianca, come visto, il ruolo non secondario delle piattaforme e, frequentemente, quello delle agenzie), con le annesse incertezze non solo sotto il profilo qualificatorio ma, ancor prima, in ordine alla riconducibilità di tali rapporti all’interno delle categorie giuslavoristiche .
Inevitabile appare, allora, il dibattito in merito all’applicabilità alla categoria in esame della normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro di cui all’art. 2087 cod. civ. e al d.lgs. n. 81 del 2008 , della direttiva (UE) 2831/2024 relativa al lavoro mediante piattaforme digitali e della direttiva (UE) 2019/1152 relativa a condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili .
Trattasi però di profili che non sono suscettibili di una soluzione unitaria, dovendosi piuttosto valutare, di volta in volta, la concreta configurazione del rapporto. A tale valutazione fa eccezione il Capo V-bis del d.lgs. n. 81/2015 (artt. 47-bis ss.), la cui natura settoriale preclude l’estensione delle garanzie ivi previste oltre il perimetro dei riders.
Ad ogni modo, con riferimento al tema qui in esame, il primo pensiero dell’interprete va alla disconnessione del lavoratore, istituto introdotto proprio per contrastare gli effetti pregiudizievoli derivanti dalla iperconnessione agli strumenti digitali.
Si tratta, tuttavia, di una tutela che nell’ordinamento italiano ha visto la luce per la sola modalità (subordinata) di lavoro agile, rendendone difficilmente ipotizzabile l’applicazione al lavoro dell’influencer.
Non così in ambito eurounitario, ove si è proposto di riconoscere la disconnessione a tutti i lavoratori, «indipendentemente dal loro status e dalle loro modalità di lavoro» (art. 1 della proposta di Direttiva UE allegata alla Risoluzione sul diritto alla disconnessione del 21 gennaio 2021) ; ma il mancato seguito legislativo non consente, allo stato, di rinvenire un fondamento normativo vincolante .
Una possibile soluzione potrebbe essere individuata muovendo da quegli orientamenti dottrinali che hanno prospettato di estendere in via interpretativa la tutela alla disconnessione anche ad altre forme e tipologie di lavoro, facendo leva, alternativamente, o sulle sue profonde interrelazioni con i principi costituzionali/sovranazionali , o sulle disposizioni in materia di salute e sicurezza , oppure sulle clausole generali della buona fede e correttezza .
Senonché, a prescindere da ogni considerazione in merito alla percorribilità di tali soluzioni, si ritiene che, nel caso di specie, la descritta operazione ermeneutica non risulterebbe risolutiva per una duplice ragione.
Da una parte, perché la vigente disciplina in materia di disconnessione si caratterizza per una limitata effettività e per l’assenza di adeguati strumenti di giustiziabilità .
Dall’altra, perché le peculiari caratteristiche della categoria in esame inducono a ritenere preferibile la costruzione di un diritto alla disconnessione dotato di un contenuto specifico e a carattere bidirezionale, perché destinato a operare tanto nel rapporto con l’azienda, quanto con la piattaforma digitale .
Nei confronti di quest’ultima, la disconnessione dovrebbe garantire che brevi periodi di inattività non si traducano automaticamente in conseguenze pregiudizievoli; un tema, come visto, già sollevato da Assoinfluencer, che in sede di audizione parlamentare ha proposto l’introduzione del c.d. “time to rest”, quale “funzione da implementare in ogni piattaforma social media e attivabile per un n. X di giorni nell’arco di un anno solare per ciascun utente. Grazie ad essa il relativo account non verrà considerato inattivo nonostante l’assenza di contenuti pubblicati in quello specifico periodo temporale e non subirà penalizzazioni di sorta in termini di indicizzazione, monetizzazione, etc..” .
Per i periodi più prolungati dovrebbero prevalere le esigenze di mercato, a patto che si valorizzi la sussistenza di eventuali giustificati motivi di assenza (condizioni di salute, responsabilità genitoriali e simili), così da preservare le tutele fondamentali riconducibili a tali evenienze. Al riguardo, sia la legge n. 81/2017 , sia l’applicazione giurisprudenziale dei principi del diritto antidiscriminatorio in favore dei riders offrono importanti spunti per la definizione dei contenuti della tutela.
Sempre verso la piattaforma, la disconnessione dovrebbe essere funzionale a prevenire un’eccessiva protrazione dei tempi di permanenza online; un risultato che si potrebbe conseguire implementando una funzionalità di blocco temporaneo dell’account al superamento di un prestabilito limite massimo di utilizzo ; peraltro, un simile approccio consentirebbe di garantire la disconnessione anche nell’ipotesi in cui sia proprio il soggetto tutelato a mostrarsi restio ad avvalersene .
Nella medesima prospettiva, si ritiene essenziale che, anche per la categoria qui in esame, le “misure tecniche” di disconnessione siano accompagnate da “misure organizzative”, quali azioni formative a un uso razionale della tecnologia e all’importanza di evitare sovrapposizioni tra tempi di vita e di lavoro, non solo in termini di prevenzione dell’integrità psico-fisica, ma anche di tutela della sfera personale .
Quanto al rapporto con il brand, si rende necessario che la disconnessione tenga in considerazione l’aspetto dei carichi di lavoro , al fine di evitare, ad esempio, che una volta esaurito il tempo di connessione su una piattaforma l’attività lavorativa possa semplicemente proseguire su un’altra.
In ogni caso, la rilevata eterogeneità della categoria in esame suggerisce di costruire un nucleo di tutela a vocazione universalistica e informato a principi generali, salvo poi modularne la disciplina in ragione delle concrete modalità di svolgimento, preferibilmente con il supporto dell’autonomia collettiva .
Stante poi la globalità del fenomeno, sarebbe auspicabile un intervento che superi i confini nazionali, con un ambito di applicazione che – seguendo un criterio che ormai ha preso piede nell’UE – prescinda dal “dal luogo di stabilimento o dal diritto altrimenti applicabile”.
In questa prospettiva, la disconnessione, se accompagnata da altre garanzie , può costituire un importante presidio contro l’iperconnessione e contribuire a una maggiore responsabilizzazione delle piattaforme.

Questo sito utilizza cookie necessari al funzionamento e per migliorarne la fruizione.
Proseguendo nella navigazione acconsenti all’uso dei cookie.